Libri, Scrittori

Calvino lo sapeva già nel 1955

Vi capita mai di sentirvi schiavi dei social? Di controllare spasmodicamente chi vi guarda le stories su Instagram (come se a chi lo fa importi davvero di voi), di sentirvi quasi obbligati a fotografare quello che mangiate se è particolarmente appetitoso e di condividerlo su Instagram? Che poi condividere cosa? Parliamoci chiaro, questa non è condivisione. Condivisione è la parola più sbagliata per questa pratica. Io la chiamerei esclusione. Perché sì, è un voler escludere l’altro, non di certo includerlo. Mettere una foto che potrebbe benissimo avere come didascalia: “Io sono in questa spiaggia bellissima a sorseggiare un cocktail da una noce di cocco e tu sei in ufficio a lavorare” non è condividere ma vantarsi, ostentare, lasciare fuori, millantare, estromettere, emarginare. Vi capita anche di divertirvi molto e non postare proprio nulla sui social? Eh, appunto.

Sono una grande fan della fotografia e credo che la macchina fotografica sia una scatola magica che cattura istanti e intrappola il tempo. Quanto è bello riguardare dei ricordi di tre, cinque, dieci anni fa? Nel 2020 giro ancora con una macchina fotografica analogica perché credo che centellinare i momenti più significativi, cercando di guardare il più possibile con i miei occhi e non attraverso un obiettivo, sia importante. Eppure sui social mi comporto esattamente come tutti gli altri e non so voi ma mi sento proprio schiava di questo stile di vita così superficiale. A volte penso che i contro superino i pro e che disintossicarci da tutta questa condivisione/esclusione farebbe un po’ bene a tutti. Magari una volta al mese potremmo provare a non entrare proprio sui social per, non so, una settimana? Questa estate io l’ho fatto per qualche giorno dopo aver letto Gli amori difficili, una raccolta di racconti che ho amato (come qualsiasi cosa scritta da Calvino).

Vi lascio con la citazione che mi ha fatto questo effetto, lo sperimento qui come vaccino a uno dei mali del nostro secolo.

Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata è brevissimo. (…) Basta che cominciate a dire qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse mai esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.