Edizioni degne di nota, Libri, Pensieri, Scrittori

Tornare in Sicilia, per me e per Vittorini

Viaggio di ritorno su una locomotiva di parole

Sono tornata in Sicilia, portandomi dietro 49 vinili e talmente tanti libri che stiamo buttando via una scarpiera per fare posto a una nuova libreria. La situazione è abbastanza complicata e noiosa da spiegare ma capirete bene quanto sia difficile tornare a vivere qui dai miei, dopo quasi sei anni di solitudine e amata indipendenza. Una stanza tutta per me era un post che avevo scritto qualche mese fa, sulla scia della recente lettura della Woolf e che spiegava quanto fosse importante per me la mia autonomia. Chi ha letto altri miei post sa bene, oltre al mio avere come migliore amica la solitudine, quanto io sia una fan della teoria che i libri non arrivino mai per caso. Sanno esattamente qual è il loro momento, e si fanno avanti nel preciso istante in cui abbiamo bisogno di loro. 

Proprio per questo motivo, tornata a casa e totalmente smarrita e confusa per questo cambio repentino di vita, il primo libro che ho estratto dalla magica libreria di mio padre (assolutamente il primo) è stato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Un’edizione stupenda della BUR, che con i suoi toni del verde acido e del giallo limone ha intrappolato il mio sguardo e ha costretto le mie mani a sfogliarla. Al suo interno, le illustrazioni di Renato Guttuso riempivano i miei occhi, e sentivo già quella scintilla che si accende nel lettore quando prende consapevolezza di avere tra le mani il libro giusto al momento giusto.

Questa sensazione è diventata sempre più definita quando ho cominciato a leggere le prime righe riuscendo a dare dei termini più adatti al mio senso di smarrimento e confusione. Ero agitato da astratti furori. La prima pagina e mezza parlava senza dubbio di me. Un’occhiata veloce alla trama. “Silvestro in preda alla cupa disperazione, parte da Milano per tornare in Sicilia. (…) Il viaggio sarà l’occasione per attraversare una galleria onirica di personaggi e situazioni allegoriche, per decifrare il ritorno alle origini come premessa di una possibile riscossa collettiva“. Decisamente mio.

Il viaggio. Di solito il mio viaggio è lunghissimo, perché ho sempre con me, oltre la valigia, un pappagallo giallo al quale è vietato accedere in aereo. Questo da quando c’è stata la famosa aviaria (sì, siamo rimasti nel 2000). Il viaggio in treno è stancante ma ricco di storie e immagini. Il finestrino è un film che esibisce fieramente l’Italia intera, e nel corridoio si sentono i racconti delle vite degli altri, così distanti dalla mia. Ci sono in qualche modo affezionata. Quando scendo in Sicilia, la mattina dopo mi sveglio vedendo il mare dopo mesi di astinenza. Quando salgo a Milano, invece, mi capita di svegliarmi con la neve.

Quest’ultimo viaggio però è stato diverso. Sono scesa in auto con i miei, riempiendo delle cose accumulate in sei anni un’auto chiocciola guidata da un papà che fa ancora su e giù per chilometri, fingendo di non avere 67 anni. Sono grata di tutto questo ovviamente. Eppure, ammetto di aver pensato che a Natale, l’ultima volta che ho viaggiato in treno, non avevo idea che fosse l’ultima volta. Forse sarei stata più attenta a immortalare i paesaggi e a conservarli nella memoria, forse avrei origliato più conversazioni invece di chiudermi nel vagone letto a leggere Un amore di Buzzati. Bugia, questo non lo avrei fatto. Ho sentito di non aver fatto il mio ultimo viaggio in treno consapevole. Eppure, vi dirò, me lo ha regalato Vittorini in questo magico libro. Nelle sue parole appropriate, azzeccate, calzanti è descritto il mio ultimo viaggio di ritorno che non ho fatto in treno.

Ero in viaggio, e a Firenze, verso mezzanotte, cambiai treno, verso le sei del mattino dopo cambiai un’altra volta, a Roma Termini, e verso mezzogiorno giunsi a Napoli, dove non pioveva e spedii un vaglia telegrafico di lire cinquanta a mia moglie. (…) Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro. (…) Mi addormentai, mi risvegliai, tornai ad addormentarmi, a risvegliarmi, infine fui a bordo del battello-traghetto per la Sicilia. Il mare era nero, invernale, e in piedi sull’alto ponte, quell’altipiano, mi riconobbi di nuovo ragazzo prendere il vento, divorare il mare verso l’una o l’altra delle due coste con quelle macerie, nel mattino piovoso, città, paesi, ammucchiati ai piedi. Faceva freddo e mi riconobbi ragazzo, avere freddo eppur restare ostinato sull’alta piattaforma nel vento, a picco sulla costa e sul mare.

Il viaggio proseguiva ancora. Ma se Vittorini descrive l’intero viaggio da Milano allo Stretto in una paginetta scarsa, il percorso per arrivare al suo paese natale viene descritto in una ventina di pagine. Ironia della sorte: anche per me sembra un viaggio rapidissimo quello sul treno che attraversa l’intera Italia la notte. Quando poi si giunge in Sicilia, però, sembra improvvisamente rallentare e non arrivare mai a destinazione.

Libri, Scrittori

I libri della biblioteca

Come ormai saprete, vivo in una stanza in affitto, la più piccola delle due camere da letto nel bilocale che condivido con la mia coinquilina. E, di conseguenza, anche la mia libreria è di dimensioni molto ridotte. Questo mi costringe a fare una cernita dei libri che voglio assolutamente tenere con me qui a Milano, di quelli che voglio leggere da un’edizione particolarmente bella, di quelli di cui desidero anche l’edizione inglese perché sono i miei preferiti in assoluto. A settembre, per un ricambio di libri, ho dovuto riempire una valigia con i volumi che avevo già letto e lasciarla ai miei genitori, per ricavare un po’ di spazio. Ma è di nuovo quasi piena!

Le voglie di libri hanno tutta una loro logica e, anche se ne ho ancora diversi da leggere sugli scaffali della mia libreria, non sempre ho sotto mano quello che mi stuzzica l’appetito in quel momento. Come dire, io amo la pasta ma può capitare che una sera abbia voglia di sushi, no? Manca sempre qualche libro che mi incuriosisce in quel preciso istante o di cui sento essere arrivato il momento adatto. Allora ho preso l’abitudine di chiederli in prestito in biblioteca, non avendo più dove metterli. Anzi, se c’è una cosa che non mi fa sentire sola, in questo momento di contagi in risalita in cui tutte le mie amicizie sono al sud, sono proprio i libri della biblioteca. L’idea che lo stesso titolo sia stato scelto e letto da qualcuno prima di me, l’idea di avere qualcosa in comune con qualcuno che non conosco ha un che di rassicurante. Un pezzo di destino diviso con uno sconosciuto. Pensare che il volume abbia visto tante case, tante mani e occhi di proprietari diversi mi fa sperare che esistano tante anime affini alla mia e che ne esisteranno ancora altre dopo che lo avrò riconsegnato. Per non parlare di quando chi lo ha avuto prima di me lascia tra le pagine qualche indizio di sé: un biglietto del cinema o di un museo, un foglio di appunti dell’università, uno scontrino. Piccoli segnalibri che danno il “ciak” a immediati corti mentali.

Adesso sto leggendo Lizzie di Shirley Jackson (perché sono una di quelle banali persone che a fine ottobre deve assolutamente leggere letture a tema) e, mentre stringo la sua copertina blu navy tra le mani, immagino che il precedente proprietario fosse una donna. Una ragazza, in verità. Un’universitaria di ventidue anni, per la precisione. Eccola che prende forma: è longilinea, ha occhi scuri e profondi come tazze di caffè, incorniciati da occhiali tondi, metallici, come si portavano un tempo e come sono tornati in voga oggi. La frangia e un caschetto delimitano un ovale perfettamente simmetrico. Ha un taglio di capelli desiderato da ogni donna, dopo aver visto Mia Wallace danzare in Pulp Fiction, ma che non dona quasi a nessuna (mica siamo tutte Uma Thurman!). A lei però sì, le sta proprio d’incanto. Studia scienze politiche, le interessano i diritti delle donne, è appassionata di film horror degli anni ’80 e adora Stephen King. Prima di Lizzie ha divorato il suo romanzo L’incendiaria e nella prima pagina si è imbattuta nella dedica, che riportava:

A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.

Si è domandata chi fosse questa donna che non ha mai urlato per farsi notare. Oggi, quasi ogni domanda che si materializza tra i nostri pensieri trova subito una risposta, se vuole davvero trovarla. E così ha digitato questo nome femminile su Google e ha scoperto che è una scrittrice. Un’autrice che ha ispirato il suo beniamino! Come è potuta sfuggirle una King femminile? Come ha potuto essere tenuta così a lungo allo scuro di una Queen? Quindi è stato un attimo (aveva già lo smartphone in mano per la precedente ricerca), è entrata sul sito della biblioteca di Milano, ha letto la trama di Lizzie, le è piaciuta, due copie disponibili e via, una prenotata. Lei non lo ha comprato perché l’odore dei libri nuovi non le piace come quello dei libri vecchi, che hanno quel profumo inspiegabile di vaniglia. Mi piace pensare che lo abbia terminato in due giorni, rimandando lo studio di Diritto internazionale, che tanto la sessione invernale è ancora lontana! E che, in questo venerdì sera, sia raggomitolata accanto al suo ragazzo, su un morbido divano verde, che abbiano ordinato una maxi pizza da dividere in due e che, proprio adesso, stiano cliccando il tasto play sul primo episodio di Hill House su Netflix. Quando finirà la serie prenoterà sicuramente il libro in biblioteca. Se non lo avrò fatto prima io! E allora le toccherà aspettare e magari immaginare sembianze e interessi di chi lo ha avuto in prestito prima di lei.

Libri, Scrittori

Calvino lo sapeva già nel 1955

Vi capita mai di sentirvi schiavi dei social? Di controllare spasmodicamente chi vi guarda le stories su Instagram (come se a chi lo fa importi davvero di voi), di sentirvi quasi obbligati a fotografare quello che mangiate se è particolarmente appetitoso e di condividerlo su Instagram? Che poi condividere cosa? Parliamoci chiaro, questa non è condivisione. Condivisione è la parola più sbagliata per questa pratica. Io la chiamerei esclusione. Perché sì, è un voler escludere l’altro, non di certo includerlo. Mettere una foto che potrebbe benissimo avere come didascalia: “Io sono in questa spiaggia bellissima a sorseggiare un cocktail da una noce di cocco e tu sei in ufficio a lavorare” non è condividere ma vantarsi, ostentare, lasciare fuori, millantare, estromettere, emarginare. Vi capita anche di divertirvi molto e non postare proprio nulla sui social? Eh, appunto.

Sono una grande fan della fotografia e credo che la macchina fotografica sia una scatola magica che cattura istanti e intrappola il tempo. Quanto è bello riguardare dei ricordi di tre, cinque, dieci anni fa? Nel 2020 giro ancora con una macchina fotografica analogica perché credo che centellinare i momenti più significativi, cercando di guardare il più possibile con i miei occhi e non attraverso un obiettivo, sia importante. Eppure sui social mi comporto esattamente come tutti gli altri e non so voi ma mi sento proprio schiava di questo stile di vita così superficiale. A volte penso che i contro superino i pro e che disintossicarci da tutta questa condivisione/esclusione farebbe un po’ bene a tutti. Magari una volta al mese potremmo provare a non entrare proprio sui social per, non so, una settimana? Questa estate io l’ho fatto per qualche giorno dopo aver letto Gli amori difficili, una raccolta di racconti che ho amato (come qualsiasi cosa scritta da Calvino).

Vi lascio con la citazione che mi ha fatto questo effetto, lo sperimento qui come vaccino a uno dei mali del nostro secolo.

Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata è brevissimo. (…) Basta che cominciate a dire qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse mai esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

Libri, Scrittori

Una stanza tutta per me

È più di un mese che non scrivo sul blog. Non ho smesso di leggere, solo di parlare dei libri che leggo. L’ultimo mese a casa è stato piuttosto intenso: sono venute a trovarmi due amiche e abbiamo girato un po’ la mia splendida isola, ho cercato di stare il più possibile con la mia famiglia e catturare e trattenere nella mia mente più istanti, odori, immagini possibili di chi amo e non vedrò nei prossimi mesi.

Ho cominciato anche un nuovo progettino al quale tengo molto e che mi porta via un po’ di tempo durante il giorno (non essere geloso, blog). Si tratta di una pagina su Instagram che si chiama storiadellartealfemminile e raccoglie le testimonianze delle opere d’arte delle donne che spesso non hanno ricevuto la dovuta attenzione, né sono state inserite all’interno dei libri di storia dell’arte. Per ora è solo un profilo su Instagram che, con un po’ di fantasia, finge di essere un manuale d’arte, con pochi followers per di più. Ma un giorno, quando avrò abbastanza materiale, vorrei scrivere davvero un libro di Storia dell’arte al femminile. Mi fa stare bene far scoprire e scovare io stessa opere e storie di donne meravigliose, ignorate dai più. Per citare Virginia:

Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell’esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Brontë che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna.

Mi sa che qualche capitoletto, quando comincerò a scriverlo, lo pubblicherò pure qui, solo per fargli prendere una forma più testuale che visiva, in uno spazio che mi mette a mio agio con le parole.

Ma torniamo al post di oggi, al mio rientro a Milano. Avevo molta paura di tornare qui. L’ultimo periodo vissuto tra le mura di questa casa risaliva al pieno lockdown e, in un certo senso, è stato abbastanza traumatico. Pur avendo vissuto cinque anni a Milano, non riuscivo a non collegare questa città a quei tre mesi di quarantena. Chi mi ha aiutata a capire che dovevo tornare qui, dove ho studiato e sto tentando di costruirmi un futuro? Sicuramente non sarò un’eccellente scrittrice di gialli e voi lo avrete ormai capito da titolo, foto e citazione: Virginia Woolf.

Sono convinta che i libri abbiano degli invisibili piedini che li portano da noi al momento giusto. Nell’esatto istante in cui abbiamo bisogno di loro. Non so se siate d’accordo, non so se vi sia mai capitato di pensarlo ma a me succede di continuo. Magari ho un libro da anni, non lo leggo perché mi capita di dare precedenza ad altro e poi, un giorno, decido di iniziarlo e mi sento compresa come da un amico, quasi spiata, in verità! Sembra che capisca perfettamente il periodo che sto vivendo. Oppure accadono delle coincidenze sorprendenti che mi fanno sorridere e pensare che questi oggetti di carta e inchiostro abbiano anche una sorta di anima al loro interno, magari quella dei loro autori. Un esempio che mi viene in mente: lo scorso inverno mi sono tuffata nella letteratura russa, scoprendo di amarla moltissimo. Ho iniziato ad appassionarmene leggendo autori in ordine casuale e ricordo che una sera ero molto stanca dopo le lezioni ed ero indecisa se cominciare La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj o se farlo il giorno dopo. Alla fine ho preso il libro in mano e ho deciso di cominciare a leggerlo per conciliare il sonno. Era il 3 febbraio e alla prima pagina, sest’ultima riga, il libro diceva che Ivan Il’ic si era spento il 3 febbraio del 1882. Un anno è composto da 365 giorni e io avevo deciso di leggere della morte di Ivan Il’ic esattamente nel giorno della sua ricorrenza. Un brivido mi ha scossa, seguito da un sorriso: sono proprio magici i libri.

Un mese fa, molto malinconica all’idea di tornare al Nord, un po’ per caso, un po’ per questa vena femminista che la mia nuova pagina mi fa pulsare dentro, ho preso dalla mia libreria due volumi brevi per un altrettanto breve viaggio in treno: Il ballo di Irène Némirovsky e Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. A Virginia, che nel saggio tratta le donne e il romanzo, esaltando il talento del genere femminile messo a tacere e ostacolato per troppo tempo, è bastato un viaggio in treno e una frase per farmi capire quanto in realtà mi mancasse questa città, quanto avessi bisogno della mia indipendenza che mi caratterizza da cinque anni.

Se ha intenzione di scrivere romanzi, una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé.

Che il denaro muova il mondo, purtroppo, lo sappiamo tutti. È poco poetico ma è così (fatevelo dire da chi non vede stipendio da giugno, causa covid). Ma quanto è vero che una donna non abbia bisogno di altro, se non di una stanza? Quattro mura da rendere proprie con le cose che ama, un fazzoletto di mondo che sia solo suo. Quanto mi è mancato questo spazio, questo angolo di privacy, questo piccolo contenitore di libri, vinili e piante dove riesco a fare tutto quello che mi piace. Torno nel mio minuscolo pianeta e ricomincio a scrivere.

Già che siamo in tema: i due ritratti di Virginia che ho inserito in questo post sono stati dipinti dalla sorella, Vanessa Bell, che era una talentuosa pittrice! Lo sapevate?

Scrittori

Come le scrittrici dell’Ottocento hanno falsato il nostro concetto di amore

C’è una premessa doverosa da fare a questo post: è ironico. Chi mi conosce sa bene quanto io mi senta a mio agio (quasi esclusivamente) tra le pagine ingiallite dei classici. Se non fosse per quel mio piccolo sogno di lavorare in una casa editrice nell’anno corrente prenderei in mano quasi sempre libri scritti nell’Ottocento (che sono, senza ombra di dubbio, i miei preferiti); attiverei la mia macchina del tempo in formato 15×23 e mi farei trasportare in una casa di campagna dove sarei, finalmente, legittimata a fare le cose che più mi piacciono senza apparire matta: leggere, scrivere, dipingere, cantare e fare lunghe passeggiate nella natura. E dove, una volta per tutte, mi divertirei anche io ad andare a ballare! Perché dai, i balli di quell’epoca non hanno niente a che vedere con la discoteca di oggi.

Altra premessa, forse ancora più importante della precedente: questo post pullula di spoiler (ufficialmente nuovo scioglilingua). Se non avete letto neanche un libro di Jane Austen e i romanzi delle sorelle Brontë vi consiglio di cliccare sulla crocetta rossa in alto e chiudere tutto, visto che vi svelerò tutti i finali senza pietà. Detto ciò, possiamo cominciare!

Voglio iniziare subito discolpando il signor Disney. Tutte danno la responsabilità a lui per le nostre aspettative alte sull’amore. MA PERCHÉ? Analizziamo una volta per tutte la situazione. I principi Disney (al contrario delle principesse) non hanno affatto una personalità sfaccettata e quando ce l’hanno non sempre è questa grande meraviglia! Togliamo Adam che regala a Belle la libreria più grande del mondo e si merita solo amore. Togliamo Aladdin che, pur essendo un grandissimo bugiardo, fa veramente di tutto per conquistare Jasmine e lo perdoniamo. Chi rimane? Il principe Filippo, un gran cantante, nulla di più. Il principe senza nome di Biancaneve. Un bacio, mentre lei era totalmente in coma (e quindi neanche capace di giudicare la prestazione) e puff, subito sposi. Il principe di Cenerentola. Un grande genio. La ama così tanto (dopo un ballo) che non se la ricorda neanche in faccia, deve far provare a tutto il regno la scarpina perduta per ritrovarla. Infine, ma non meno importante, quel gran figo di Eric. Bello è bello ma rammentiamo tutte che di Ariel ricordava solo la voce e che stava per sposare quella stronza della strega del mare, vero? Ma i classici Disney sono bellissimi proprio perché surreali e nessuna di noi (mi auguro) ha plasmato le sue aspettative sugli uomini sul modello del principe azzurro.

Veniamo quindi a chi sono le vere colpevoli delle nostre sfortunate scelte in amore. Ebbene sì, le nostre amiche Jane, Emily e Charlotte. Mettiamoci comode e scopriamo perché.

Cime Tempestose

In Cime tempestose Emily Brontë ci racconta un amore che definirlo tormentato è dire poco. L’amore tra Catherine e Heatchliff non è tormentato, è malsano. Heatchliff è una persona tossica, una relazione con lui non l’augurerei neanche a quella stronza che al buffet dell’aperitivo prende l’ultima porzione di patatine fritte. Lui dice di amare Catherine ma, in verità, fa di tutto per farle del male. Anche quando lei fa l’unica scelta corretta della sua amara vita, sposando qualcuno che la ama veramente e si prenderà cura di lei, l’ombra di Heatchliff è sempre lì presente a rovinarle i giorni e le notti (e pure i pomeriggi) fino a farla ammalare e morire. Diremmo: almeno da morta ha finalmente trovato la pace. NO. Pure dopo la morte la sua anima vaga inquieta e subisce. Lui continua nella sua opera di non-amore cercando di rovinare in ogni modo la vita di sua figlia, nella quale vede lei. Praticamente uno stalker psicopatico. Qui, ancora, qualcuna con un minimo di criterio potrebbe capire che avere una storia d’amore del genere non è il massimo. Ma andiamo avanti, dove la situazione appare più torbida.

Jane Eyre

Charlotte Brontë ci racconta la storia di Jane Eyre che viene assunta come governante presso la dimora di Thornfield Hall, della quale conosce, dopo un po’ di tempo, il padrone di casa, Mr. Rochester. Il primo approccio con lui non è dei migliori: è scontroso, presuntuoso, poco gentile e, visto che le disgrazie vengono tutte insieme, anche brutto. Ehi, dobbiamo assolutamente innamoraci di lui! E infatti Jane diventa sua. Se vogliamo trovare una spiegazione più plausibile al suo innamoramento diciamo che Rochester si ammorbidisce molto con Jane, nel corso della storia, e tra i due si crea un rapporto speciale quando sono soli. Ma, allo stesso tempo, la ignora davanti a gente del suo stesso rango, facendo una corte spietata a un’altra donna, convincendo tutti di voler sposare quest’ultima. Scopriamo, qualche pagina più in là, quando la nostra povera Jane ha una crisi di nervi e decide di lasciare il suo lavoro prima di questo matrimonio, che Rochester non è affatto innamorato di questa fantomatica donna e non la sposerà, voleva solo che lei si ingelosisse e poi, dopo averla distrutta, convolare a nozze. Ma che bravo! Un uomo maturo e sensibile. Come se non bastasse si dimentica di menzionare una moglie già esistente (anche se pazza), di cui la protagonista viene a conoscenza (non da lui, certo) solo arrivata all’altare. Da lì Jane trova la forza di andare via, ma che ve lo dico a fare? Quando riesce a rifarsi una vita e a conoscere un altro uomo ritorna da Rochester. E vissero per sempre felici e contenti. Una bellissima storia tormentata da cui, però, cerchiamo di non prendere spunto.

Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento

Ma arriviamo alla reginetta del ballo: Jane Austen! Lei su questo meccanismo ti tratto una chiavica ma poi ti sposo ci ha scritto diversi libri. Ne prenderemo in esame due. In Orgoglio e Pregiudizio sappiamo tutte che quel gentiluomo di Mr. Darcy definisce Elizabeth «appena passabile» al loro primo incontro, senza preoccuparsi di abbassare la voce. La nostra protagonista ha delle orecchie funzionanti, lo sente e (stranamente) non se ne innamora. Ovviamente, però, la vita è difficile in questo mondo romantico e Darcy, dopo aver detto questa cattiveria immotivata se ne innamora perdutamente. Ma, attenzione, non fa mai niente per farglielo capire; poi, di punto in bianco, le chiede di sposarlo. Giustamente Elizabeth non ha neanche un motivo per dire di sì e (non ci siamo addentrati nella trama ma la conoscono i più) molti per dire di no e quindi rifiuta. Dopo questo spiacevole episodio arriva una lettera di ben due fogli «scritti assai fitti e con una minutissima calligrafia» (quindi un papiro) che ci fa scoprire che Darcy non è uno stronzo come sembra ma un uomo meraviglioso, il Piton della situazione, per capirci. In Ragione e Sentimento, la più grande delle sorelle Dashwood, Elinor, si innamora di Edward Ferrars, un uomo abbastanza anonimo ma buono e gentile (oh, ognuna ha i suoi gusti) e lui sembra ricambiarla, nonostante la sorella di lui non approvi questo rapporto perché Elinor è, ovviamente, di rango inferiore. I due si separano e il libro va avanti nella sua storia, che non è solo quella di Elinor. Quando si rivedono, l’atteggiamento di Edward nei confronti di Elinor è cambiato: egli è, infatti, visibilmente distaccato e ambiguo. Come mai? Si scopre più avanti che il nostro uomo è segretamente fidanzato da quattro anni con un’altra donna. E, nonostante sia evidente a tutti che questa storia sia bella che finita e lui è adesso innamorato della nostra protagonista, decide di non rompere il patto fatto anni prima perché nella vita ci vuole coerenza, no? Alla fine pure la fidanzata storica di Edward si rompe le palle di tanto anonimato e sposa il fratello, l’altro Ferrars. Finalmente Edward prende la sua vita in mano e si dichiara a Elinor con la quale, infine, si sposerà.

Quindi, ricapitolando: se un uomo ti tratta male, dice che sei appena passabile, è fidanzato o dà attenzioni a un’altra, non fa nulla di carino nei tuoi confronti, sparisce nel nulla senza alcun motivo, noi sciocche, cresciute a pane e romanzi dell’Ottocento, potremmo avere la Sindrome Austen (sì, l’ho coniata io) e credere che tornerà sui suoi passi o che stia covando un segretissimo amore per noi e domani busserà alla nostra porta dichiarandoci i suoi sentimenti. E invece no, mie care. Queste cose accadono solo in questi splendidi romanzi perché, diciamoci la verità, non nascerebbe alcun libro memorabile da una storia del tipo: «Elizabeth conobbe Mr. Darcy, il quale si innamorò immediatamente di lei e che, sicuro di essere ricambiato, chiese la sua mano. Il giorno dopo si sposarono». La nostra vita non è un romanzo ed è improbabile che riceveremo una lettera di due pagine e una dichiarazione d’amore domani se lui, fino a oggi, non ci ha degnate neanche di un messaggio. Se un uomo si comporta in maniera indifferente con noi vuol dire che per noi non prova assolutamente nulla. Questi libri non sono nati dall’immaginazione di uomini, sono stati scritti da donne che, esattamente come noi, hanno costruito dei castelli in aria (riportandoli poi su carta). Nessun uomo reale si comporterebbe davvero in questo modo. E, se non vi ho ancora convinte, vi ricordo che Jane Austen è morta single.

Scrittori

Lettera a Diane Nguyen

Cara Diane, questo è un blog che tratta di scrittura, di libri, di editoria, di arte al massimo e così ti chiederai perché una lettera a te, personaggio di una serie tv. Ti scrivo questa lettera anche se non sei reale perché durante la mia quarantena la tua storia è stata tra le cose più reali con cui ho avuto a che fare. Ti scrivo questa lettera anche se sei un personaggio di una (la) serie tv perché abbiamo delle cose in comune e in fin dei conti sei una scrittrice, non andiamo troppo off topic, no? Ti scrivo questa lettera perché penso, sinceramente, di averne bisogno.

Ho seguito la tua storia dall’inizio: un’affascinante ghostwriter, intelligente, acculturata, femminista che deve scrivere le memorie di una star ormai in declino; come poteva BoJack non innamorarsi di te? Diciamocelo, ho tifato per voi da subito. Il perché non lo so, non conoscevo ancora bene BoJack, non mi aveva ancora ferita, cosa che poi ha fatto innumerevoli volte. Credevo che tu avresti potuto non cambiarlo, perché non bisogna cambiare qualcuno, ma portare alla luce la sua parte migliore. Purtroppo, non so perché, abbiamo quest’eterna idea sbagliata di dover aiutare le persone che amiamo a eliminare i mostri che abitano la loro mente e che solo loro possono sconfiggere. Ma tu avevi una persona più importante da salvare: te stessa. Oggi posso dire che non cambierei una virgola della serie.

Odiavo Mr. Peanutbutter, non capivo come un personaggio dall’indole così superficiale potesse stare con te ma ho compreso anche quello: per persone come noi, che sono pesanti come macigni per i numerosi fardelli che si portano dentro, la leggerezza è attraente come lo è la luce per le falene. C’è una scena della fine della vostra relazione che apre la tua nuova fase coi capelli corti (che figa) che mi fa scendere una lacrima ogni volta che ci inciampo:

La vera ragione per andare in Vietnam è perché vedi per caso il tuo futuro ex-marito che bacia un’altra. All’inizio pensi: oh, è una qualsiasi. Sono ubriachi, è una festa. Ma poi lui la stringe con la mano esattamente come faceva con te. Vuol dire: ti proteggo e quando lui lo faceva con te ti faceva sentire sicura. E ti rendi conto che lui non lo farà mai più. E questo ti spezza il cuore, dopo che il cuore ti era stato spezzato tante volte e credevi non potesse mai più spezzarsi. Pensavi fosse al sicuro, invece trova ancora un nuovo modo per spezzarsi.

La vera ragione di un cambiamento radicale nella vita di una donna è quasi sempre una delusione sentimentale. Magari non lo ammetteremo mai ma è così. Chissà quante altre donne devono essersi immedesimate in questa scena, quante di noi si sono riviste in quel mascara che cola in amarissime lacrime nere. Quante di noi si sono viste sostituite all’improvviso da un’altra donna. Quante di noi erano sicure di aver imparato la lezione, di essere diventate più forti e invece erano ancora e saranno sempre vulnerabili alle emozioni. Perché, diciamocelo chiaramente, la gente che dice che è la vita ad averla resa stronza mente: è sempre stata stronza. E non c’è niente da fare, se l’empatia è un ingrediente del tuo DNA non lo diventerai mai stronza, collezionerai solo una quantità infinita di cicatrici invisibili.

La tua prima fase di depressione, quando ti vergogni di tornare da Mr. Peanutbtutter, dopo l’esperienza di reporter in una realtà straniante come quella della guerra, mi ha fatto ripensare alla me di qualche anno fa. Le schifezze restano ancora oggi le mie più grandi amiche quando sono triste. Patatine e cioccolato sono importanti quanto le amicizie in carne ed ossa nei momenti di crisi, ma credo che questo sia un punto comune di tutta l’umanità. Però il disordine che riesci a creare a casa di BoJack, quando ti trasferisci da lui, mi ha ricordato che anche io faccio così. Diciamo che gli anni di convivenza con altre persone mi hanno migliorata, adesso non semino al mio passaggio abiti e libri in perfetto stile Hansel e Gretel per ritrovare me stessa; di base, anzi, sono piuttosto ordinata. Ma quando ancora vivevo a casa con i miei, ogni volta che qualcosa mi scuoteva a livello psicologico, scaricavo intorno a me tutto il caos che avevo dentro. Era più forte di me, tutto quell’ordine all’esterno quando io mi sentivo completamente in disordine all’interno, mi infastidiva da matti! Così in casa c’erano scenette di questo tipo: mio fratello bussava alla porta di camera mia e quando questa, cigolando, si apriva con difficoltà esordiva sempre con un “Ne vuoi parlare?”

Sei stata chiusa in quella bolla di oggetti alla rinfusa e cibo spazzatura per tutta la seconda stagione. Costantemente spettinata, con un unico outfit (il pigiama), un fusorario del sonno completamente sballato e senza un filo di trucco. Dillo che avevi pure tu la sindrome della capanna. Per quanto quelle quattro mura che ti eri costruita con pile di abiti sporchi e lattine non fossero il massimo, affrontare il mondo esterno, quello che avevi dovuto vedere nella sua veste peggiore, la cruda realtà era molto peggio. Non sai quanto possa capirti adesso, non sai in quanti possano comprenderti in questo momento.

Ma è la tua ultima fase, quella in cui provi a scrivere la tua autobiografia che mi ha fatto capire quanto io e te ci somigliamo. A un certo punto di questa quarantena mi sono sentita rotta. Non riesco a trovare un termine migliore di questo. Non è bello, lo so. Ma è così che mi sono sentita. A un certo punto avverti che ti si rompe qualcosa dentro, un guasto idraulico probabilmente perché cominci a piangere per ogni singola cosa; ma non solo, compiere le azioni più semplici diventa improvvisamente difficile. Nella puntata 06×10 ti rompi anche tu. Hai un blocco e non riesci più a fare la cosa che ti viene più naturale al mondo: scrivere. Un piccolo blocco dello scrittore l’ho avuto anche io. Non sono una scrittrice, ma scrivere è una cosa che mi riesce abbastanza bene, mi piace da quando ho imparato a farlo e sa essere per me uno sfogo come poche attività riescono ad esserlo. Ho dovuto, in questa stranissima fase, scrivere un saggio per un libro che dobbiamo pubblicare alla fine del master che sto seguendo e mai nulla è stato più difficile. Ancora oggi che è bello che finito non sono per nulla soddisfatta. Il fatto che parlasse di Sepulveda (che è morto mentre ne stavo scrivendo) mi ha fatta sentire ingiustamente in colpa. Se avessi potuto consegnare al mio professore 4 paginette di “I am terrible” lo avrei fatto. Ho quattro articoli, qui sul blog, scritti a metà nel mese di Aprile, che probabilmente non completerò mai e non sono neanche totalmente certa del fatto che pubblicherò questo post.

Questo guasto all’interno della serie tv è spiegato con la metafora di un’insalatiera che finisce in cocci. C’è un modo per assemblare i pezzi, la tecnica giapponese del Kintsugi ripara gli oggetti con una colata d’oro nelle crepe e questi diventano più preziosi e belli di prima. Così anche le nostre ferite emotive, i nostri traumi possono guarire, diventando motivo di crescita e non necessariamente qualcosa di eternamente negativo. Da quando ti rompi essere una bella insalatiera diventa la tua ossessione. Cerchi un colpevole per tutti quei graffi al cuore, per quella tristezza che ti fagocita: incolpi la tua famiglia, i tuoi amici, gli amori passati. In alcune frasi che continuano a urlarti i personaggi che si avvicendano nei tuoi pensieri mi sono ritrovata perfettamente.

Il tuo trauma non è interessante, non meriti amore.

Perché all’inizio sei affascinante ma alla fine mica tanto.

Sono parole che mi hanno colpita come uno schiaffo in faccia. E sai perché? Perché ho creduto che la gente pensasse questo di me più di una volta. Ma è molto più probabile che siamo noi stesse a pensarlo. Noi persone sensibili possiamo diventare malinconiche per una parola sbagliata di qualcuno a cui teniamo, per una giornata di pioggia, per un’immagine che non volevamo vedere, per una frase che non dovevamo leggere. La malinconia è una nostra caratteristica, fa parte di noi e non possiamo scacciarla del tutto, dobbiamo però evitare assolutamente che questa prenda il sopravvento e diventi una tristezza insostenibile. Ha ragione Princess Carolyn quando dice che sei tu a voler essere triste, che sei tu stessa il tuo male e io so che posso essere il mio. Quindi, che ne dici se invece di cercare nel comportamento sbagliato degli altri i motivi della nostra sofferenza non accettiamo che è soprattutto un nostro modo di essere e ammettiamo che siamo delle belle insalatiere, anche se scomposte?