Libri

Tre libri in cui si può sentire distintamente l’odore del mare

Ho la fortuna di essere nata su un’isola, un’isola bellissima con un vulcano attivo. E come diceva Pirandello:

Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.

Sono un’isola anche io, dunque, e ogni volta che mi trovo a Milano la cosa di cui sento di più la mancanza è il mare. Mi sento a mio agio come in nessun’altra situazione quando sono dentro quell’acqua salata che riconosco come casa e quest’anno mi è andata bene perché è da giugno che vedo, annuso, tocco mare ma non sempre è possibile.

Questa sensazione di casa che ho solo quando respiro aria salmastra me l’ha regalata anche qualche libro che ha come argomento principale questo grande blu pieno di segreti. Si tratta di libri preziosi che vorresti non finire di leggere mai e conservare gelosamente per rileggerli quando la lancetta del “bisogno di mare” batte pericolosamente sul rosso. Che ne so, quando hai solo una settimana di ferie e non puoi fare davvero il pieno della tua isola, quando non puoi tornare neanche a Natale perché ti tocca lavorare (vedi il 2019 di Anna). Libri magici che hanno lo stesso effetto di una conchiglia, se fra le pagine vi capita di poggiare l’orecchio potete quasi sentire lo scroscio delle onde che si infrangono sulla costa.

Il libro del mare: edito da Iperborea ha una delle copertine più belle che io abbia mai visto. Ma d’altronde, quale libro Iperborea non ha illustrazioni splendide? La storia è vera e ce la racconta Morten che, insieme al suo amico Hugo, decide di andare a pescare…non un tonno, non un pesce spada ma il temibile squalo della Groenlandia. Questa caccia alla Melville è, però, solo un pretesto per scoprire tutto ciò che non sapevate del mare e dei suoi abitanti! Un libro che non poteva davvero avere un titolo diverso e che è riuscito a raccogliere tutta l’acqua salata del nostro pianeta (ben il 97% dell’acqua presente) in 10×20 centimetri. Se amate il mare non dovete assolutamente perdervelo!

E ancora oggi il mare costituisce più del settanta per cento della superficie terrestre. Qualcuno una volta ha scritto che il nostro pianeta non dovrebbe chiamarsi Terra: dovrebbe semplicemente chiamarsi Mare.

Oceano Mare: di Feltrinelli, è probabilmente il libro più conosciuto di Alessandro Baricco. Il motivo è semplice, è assolutamente meraviglioso. In un clima onirico e surreale, al centro di tutto c’è il mare e attorno ad esso gravitano dei personaggi da fiaba il cui destino è legato a questa distesa d’acqua, a volte gentile e altre crudele. Alla locanda Almayer, dove alloggiano i protagonisti, impareremo a conoscerli e a innamorarci di ognuno di loro. Il mio cuore batte soprattutto per Bartleboom che, ogni giorno, scrive una lettera d’amore per una donna che deve ancora incontrare. Ma anche il pittore Plasson è un personaggio degno di un film di Wes Anderson!

L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere. Soffia come sempre il vento da nord e la donna si stringe nel suo mantello viola. – Plasson, sono giorni e giorni che lavorate quaggiù. Cosa vi portate in giro a fare tutti quei colori se non avete il coraggio di usarli? Questo sembra risvegliarlo. Questo l’ha colpito. Si gira a osservare il volto della donna. E quando parla non è per rispondere. Vi prego, non muovetevi – , dice. Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo appoggia sulle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” – ed è un pensiero che dà i brividi.

I pesci non chiudono gli occhi: edito anch’esso da Feltrinelli, è un libro che è una carezza. Di una delicatezza e potenza incredibile, racconta l’amore visto attraverso gli occhi di un bambino per la prima volta nella sua vita. Cosa c’entra il mare? La storia è ambientata in un’isola nei pressi di Napoli e c’è più mare in questo libro che in un piatto di spaghetti allo scoglio. Fresco come l’acqua del mare di giugno e leggero come il primo bacio dato in una spiaggia, leggendolo riscoprirete i sentimenti più puri che gli amori non corrisposti e gli anni hanno sepolto dentro di voi.

L’infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato delle altre estati, rimescolato dentro e fermo fuori.

Libri

Come ordinare la propria libreria?

Ho appena finito di leggere Come ordinare una biblioteca di Roberto Calasso, edito (ovviamente) da Adelphi. Una piacevole lettura che parla di una delle cose che più amo al mondo: i libri. E mi sono ritrovata a chiedermi se effettivamente esista un criterio più corretto per riordinare i propri volumi.

Quando sono tornata in Sicilia ho sentito l’esigenza di ordinare e rendere più mia una camera che non apparteneva più alla me di oggi, completa di tutti i cambiamenti che cinque anni possono apportare in una persona. Le mensole erano piene di peluche della mia infanzia e l’armadio colmo di vestiti di cui non ho mai sentito la mancanza in questo lungo periodo e che, quindi, non avrei più indossato. Il mio adorato mondo di cui sono molto gelosa e nel quale ho permesso di entrare a pochissimi eletti, il mio pianeta, che riesco a stento a contenere all’interno di quattro pareti, era rimasto a Milano. Ma c’erano ancora alcune cose della me di oggi sparpagliate in questa macchina del tempo guasta e ferma nel 2015: tante fotocamere analogiche, due ukulele, i miei Dylan Dog e tanti miei libri. E così, sacchi neri alla mano, cianfrusaglie buttate via, peluche e vestiti regalati, spazi riorganizzati, un paio di piante: la mia camera era di nuovo mia. (Tranne che nel colore che non so come potesse piacermi allora).

Ho in qualche modo riordinato anche la mia libreria. Ha una forma molto strana e non è facile riorganizzarla: le prime due mensole sono di eguale lunghezza ma la centrale si allarga molto anteriormente e l’ultima è praticamente alta quanto le prime due messe insieme e i libri devono necessariamente essere disposti in orizzontale per riempirla, coricati sulla copertina e non in modo tradizionale, verticalmente. Il mio “ordine” è stato semplicemente quello di tirarli fuori tutti, spolverarli e disporli (per quanto possibile) con il dorso visibile, per renderli più accessibili durante la mia fame chimica di inchiostro. Ho disposto più in alto, nelle mensole meno strane, i miei libri preferiti e quelli che vorrei leggere a breve per ritrovarli facilmente e, più in basso, in quelle pile orizzontali così scomode, libri che ho letto di recente o non ho intenzione di leggere nell’immediato. A tal proposito, nel mio finto ordine mi sono trovata molto d’accordo con quello che scrive Calasso riguardo le biblioteche:

L’ordinamento di una biblioteca non dovrebbe trovare mai una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento. È terreno vulcanico dove sempre qualcosa sta succedendo, anche se non percepibile dall’esterno.

Ma nei miei sogni (e nella realtà, quando avrò una casa tutta mia con un’enorme libreria che ricoprirà un’intera parete) i libri sono sistemati in maniera molto differente.

La mia biblioteca ideale è strutturata per case editrici, per quanto possibile, ovviamente. Adoro follemente tutte quelle edizioni che hanno delle copertine preziose, che riproducono l’effetto pelle e sono ricche di romantici decori in oro e argento. Ho la fortuna di aver avuto in regalo da mia nonna alcuni libri di una collezione di classici De Agostini del 1985, con copertine colorate, abbellite da ghirigori e arabeschi, e titoli e autori imprigionati in rettangoli sfalsati e dai toni a contrasto che danno incanto e movimento alla libreria. E un’intera collezione, sempre di classici, di mia madre, edita ancora da De Agostini ma datata 1982, con delle serie copertine color cuoio e sul dorso semplici ed eleganti titoli, scrittori e cornici in oro.

A causa di questa mia ossessione per le edizioni belle sono decisamente impazzita per i libri di MinaLima, qui in Italia editi da Ippocampo, di cui ho parlato nel primissimo post su questo blog. Inoltre, ho cominciato a collezionare “Storie senza tempo“, la collana di classici edita da RBA, che individua come protagonista assoluta la donna nella letteratura. Questi volumi sono caratterizzati da copertine splendide, arricchite di motivi naturalistici e ispirate alla collezione gioiello Cranford.

Insomma, la mia libreria ideale è quella de La Bella e la bestia direte voi! Sì, non siete lontani dalla verità. Ma ovviamente non leggo solo classici, anche se devo ammettere che hanno un posto speciale nelle mensole del mio cuoricino. Mi piacciono anche libri un po’ più recenti e cerco di interessarmi alle novità. Ho, però, delle predilezioni per alcune case editrici, di cui possiedo un numero maggiore di volumi. Adoro i libri Adelphi e so che li sistemerei tutti vicini, in ordine cromatico (riordinando anche le tonalità differenti dello stesso colore) e i volumi Iperborea che con quel loro formato particolare e le bellissime copertine colorate non si possono separare assolutamente. Per non parlare dell’essenzialità e dell’eleganza della Bianca di Einaudi, le cui raccolte di poesie devono restare vicine in quella distesa di candore che è un piacere per gli occhi. Procederei allo stesso modo anche per gli altri volumi delle stesse case editrici e terrei l’ordine tematico soltanto per i numerosissimi libri a tema arte che possiedo e che sono editi da CE differenti (così tanti che sia qui che a Milano ho una mensola apposita).

Ma ciò che per me è la realizzazione di una libreria da fiaba per altri può risultare solo piacevole per gli occhi e poco utile. Per il Libraio, poiché puramente estetico, addirittura superficiale (suvvia, non esageriamo). Quindi vediamo di capire altri modi per sistemare le librerie.

Ordine alfabetico: auguri, amici! Se avete pochi libri è utile e può anche diventare semplice ma a casa mia, tra me che acquisto un libro a settimana e mio padre che ne compra uno ogni due giorni, la cosa diventa complicata, se non impensabile.

Ordine tematico: è trattato all’interno di Come ordinare una biblioteca e ne riporto una citazione che, per un momento, ha convinto pure la Belle che è in me.

Inevitabile in alcune zone, l’ordine alfabetico diventerebbe letale se applicato a tutte. Di certi libri – sui funghi, sulle piante in Cornovaglia, su celebri partite di scacchi e innumerevoli altri casi – si ricorda l’argomento, ma spesso si dimentica l’autore. Inserirli in un ordine alfabetico generale equivarrebbe a perderli di vista. Meglio formare piccoli atolli di argomenti affini, a cui questi libri aderiranno, come conchiglie alla roccia.

Ordine cronologico: dovete avere molta pazienza, una memoria ferrata per i numeri e una cultura smodata. Sbirciare su Wikipedia non vale!

Ordine per genere: se avete una collezione variegata può essere carino anche appendere dei cartellini col genere in stile libreria (intesa come negozio), se leggete solo gialli non è fattibile.

Ordine di provenienza degli autori: per Il Libraio il criterio indiscutibile. Una sezione per gli italiani, una per i russi, una per i francesi e così via. Però se dobbiamo consultare quel famoso libro sulle piante di Cornovaglia di autore x?

Ordine dei libri già letti e ancora da leggere: può essere molto utile per monitorare le proprie letture, però le riletture come andranno gestite?

Come ci è più comodo: perché alla fine sappiamo che un vero lettore avrà sempre 5 o 6 volumi sul comodino e rimescolerà i tomi durante le sue ricerche. L’importante è che i libri vengano letti, amplino il nostro modo di pensare, ci arricchiscano a livello personale. Non è essenziale in che modo decidiamo di disporli nella nostra libreria. E per citare un’ultima volta Calasso:

Non c’è bisogno che i libri siano in ordine – e neppure in disordine – per rivelare qualcosa del loro proprietario. Possono anche stare in scatoloni appena aperti. Qualcosa comunque si rivelerà.

Arte, Libri

Il Signore dei disegni: le illustrazioni di Tolkien

Questo post è nel limbo delle bozze (insieme ad altri due sfortunati compagni) dal 25 aprile. Lo avevo iniziato in quarantena e mai finito e ho deciso di riprenderlo oggi.

Durante il lockdown la situazione è stata difficile e decisamente fuori dal comune, il mondo come lo conoscevo è cambiato e, personalmente, ho sentito l’esigenza di nascondermi in un posto che quando ero bambina era il mio rifugio sicuro: il fantasy. Tutto ha avuto inizio a fine febbraio, dal giorno in cui ho compiuto 28 anni e il covid-19, che a Milano ha fatto la voce grossa prima che altrove, mi ha impedito di andare a Torino, come avevo in programma di fare, e costretta a rimanere in casa. Con una mia cara amica abbiamo visto tutti e otto gli episodi di The Witcher, mangiando schifezze e bevendo birra senza ritegno.

Poi è iniziata la quarantena per tutti e io e la mia coinquilina abbiamo ripetuto i nostri 7 anni a Hogwarts (prima che Italia Uno mandasse la lettera di ammissione al resto dello stivale); in seguito, abbiamo fatto una gitarella nei Sette Regni, anche se è stato un viaggio tortuoso, da quelle parti litigano tutti per un trono neanche particolarmente comodo; infine, siamo andate alla ricerca dell’Unico Anello, facendo sempre e solo il tifo per Sam, per noi unico, vero eroe. Di quest’ultima storia fantasy parleremo oggi. Ma faccio subito outing: io non ho mai letto Il Signore degli anelli, mi ha sempre inibita. Da piccola ero una lettrice famelica di qualsiasi cosa avesse dentro magia, draghi, creature fantastiche ma strabuzzavo gli occhi quando vedevo quel macigno sul comodino di mio cugino. Il mastodontico tomo edito da Bompiani mi fissava offeso perché in tre giorni riuscivo a divorare le 623 pagine di Harry Potter e il calice di fuoco ma non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di iniziare quella Bibbia del fantasy. Volete che mi addossi tutte le colpe della mia mancanza? Potrei, sì. Ma il torto non sta sempre da una sola parte e quindi oggi mi sento in dovere di dire che magari, se avessero fatto un’edizione illustrata da Tolkien, la me bambina si sarebbe sentita più coraggiosa e invogliata a cominciare un libro così impegnativo.

Conversazione con Smaug, © Tolkien Gateway e Tolkien Estate.

J. R. R. Tolkien, infatti, era un perfezionista. Cosa ci potevamo aspettare da una persona che per il suo libro ha creato appositamente delle lingue? Che ha controllato minuziosamente alcune delle 38 traduzioni scrivendo una Guida ai nomi del Signore degli Anelli perché nessuno si prendesse la briga di modificare, neanche in minima parte, un mondo che aveva costruito tassello dopo tassello? Ebbene sì, Tolkien ha curato la sua opera talmente nel dettaglio che ha voluto pure illustrare, per mostrarceli meglio, i luoghi e i personaggi che abitavano la sua mente e il suo libro. Era un artista a tutto tondo. Oltre a scrivere divinamente disegnava da quando era un ragazzo e, pur non essendo particolarmente ferrato nella figura umana e nella sua anatomia, andava pazzo per i paesaggi. Ogni volta che intraprendeva un viaggio portava con sé il suo blocco da disegno e gli acquerelli per immortalarlo.

Disegno del fosso di Helm realizzato su un foglio utilizzato per un esame di Oxford, © Wired.com e Bodleian Libraries, Università di Oxford.

Durante la stesura de Lo Hobbit, nonostante il suo editore avesse sentenziato che i soli disegni delle mappe fossero sufficienti, Tolkien realizzò diversi schizzi per tradurre in immagini i suoi pensieri e le sue parole. I disegni erano talmente belli che anche l’editore Allen & Unwin cambiò idea e la prima edizione del 1937 venne pubblicata con undici illustrazioni e mappe a colori.

Bilbo arriva alle capanne degli elfi barcaioli, illustrazione non inserita inspiegabilmente nella prima edizione del 1937 ma solo nella seconda del 1938, © Tolkien Gateway e Tolkien Estate

Quando lavorò a Il Signore degli Anelli, i disegni e gli schizzi furono più di cento e servirono anche ad aiutare sé stesso a rendere in maniera particolareggiata il complesso mondo che stava creando con la sua scrittura. Ciò è chiaro anche dal fatto che alcuni dei disegni sono semplici scarabocchi a bordo pagina o su fogli usati, non curati con la meticolosità di alcune illustrazioni. Durante la stesura del volume, infatti, scrittura e disegno si intrecciavano indissolubilmente per realizzare una narrazione il più dettagliata possibile. Realizzò anche delle pagine verosimili del Libro di Mazarbul, lo pseudobiblion citato all’interno del volume, riuscendo a rendere visivamente la loro natura frammentaria bruciandone alcune parti. Purtroppo, il budget non permise di pubblicarle. Infine, lo scrittore, non contento, creò per i tre diversi volumi anche tre differenti e suggestive sovraccoperte.

Illustrazione di Gran Burrone, © Tolkien Gateway e Tolkien Estate.

Se non vi ho ancora convinti vi invito a vedere tutte le illustrazioni disponibili su Tolkien Gateway. Allora? Posso avere le mie edizioni illustrate con tanto di copertine, per favore? Ho più di mille pagine da recuperare.

Arte

Il primo astrattista della storia dell’arte è una donna: Hilma af Klint

Ma cosa devono leggere i vostri occhi? Il pioniere dell’astrattismo è Vasilij Kandinskij! Lo sanno tutti quelli che hanno studiato un minimo di storia dell’arte. E invece no, cari lettori. In realtà è stata Hilma af Klint la prima artista a realizzare un’opera astratta nel 1906. Esattamente. Ben quattro anni prima del famoso acquerello astratto di Kandinskij. Ma non voglio mica darvi degli ignoranti con questo post, personalmente ho studiato arte per cinque anni all’università e non ne avevo mai sentito parlare fino a qualche giorno fa. Perché? Perché questa artista non compare in nessun libro di storia dell’arte ed è rimasta sconosciuta per moltissimo tempo. Questa volta, però, non è colpa del sessismo, è stata la volontà dell’artista. Hilma ha nascosto le sue opere astratte per tutta la vita e, all’interno del testamento, ha espresso il desiderio di non renderle pubbliche per la bellezza di vent’anni dalla sua data di morte. Una Vivian Maier della pittura, insomma. Un giorno si è svegliata e ha deciso bene che dovevo scoprire all’età di (quasi) trent’anni che la mia vita è una bugia. Io ho avuto voglia di recuperare cercando qualche informazione. Va anche a voi di scoprire qualcosa in più?

Dalla mostra Hilma af Klint. A pioneer of Abstraction. Kumu Art Museum, Tallinn (13.03-07.06.2015) | exhibition view (photo: Alessia Scuderi)

Hilma nasce in una ricca famiglia svedese e ha la fortuna di rincorrere i suoi sogni. Studia inizialmente all’Istituto tecnico di Stoccolma e poi, a vent’anni, viene ammessa alla Royal Academy of Fine Arts; qui si laurea col massimo dei voti, vincendo anche una borsa di studio. Negli anni accademici sviluppa un forte interesse per la botanica e la natura in generale e le uniche opere che espone sono proprio quelle con soggetti paesaggistici e naturalistici. Un evento, però, cambia radicalmente la sua vita, il suo pensiero e il soggetto principale dei suoi dipinti: nel 1880 muore tragicamente sua sorella minore, Herminia ed è così che Hilma comincia a interessarsi anche alla dimensione spirituale.

Dalla mostra Hilma af Klint. A pioneer of Abstraction. Kumu Art Museum, Tallinn (13.03-07.06.2015) | exhibition view (photo: Alessia Scuderi)

Nel 1896, con altre quattro artiste donne, fonda Le Cinque, un gruppo che si riunisce per una diversa interpretazione del Nuovo Testamento, fare meditazione, pregare e tentare delle sedute spiritiche. Ed è attraverso questo lavoro preliminare con Le Cinque che già nel 1896 Hilma sviluppa un tipo di disegno sperimentale, detto automatico (perché dettato dai frutti della meditazione), che la avvicina alla geometrizzazione delle forme e, progressivamente, all’astrattismo di cui sarà l’inconsapevole pioniera. Per le sue sperimentazioni, al contrario degli astrattisti più conosciuti, Hilma utilizza delle tele molto grandi, anche due metri per tre, che fissa per terra (come Pollock) e sui cui lavora energicamente, alla faccia del suo metro e cinquanta di altezza.

Dalla mostra Hilma af Klint. A pioneer of Abstraction. Kumu Art Museum, Tallinn (13.03-07.06.2015) | 1907, The Ten Largest (No.6) Adulthood (photo: Alessia Scuderi)

La serie di opere più importante dell’artista è senza dubbio Dipinti per il tempio, 193 quadri astratti realizzati per decorare un’architettura composta da cerchi concentrici mai realizzata e di cui lei stessa ignora il significato; ma soprattutto commissionata da un mecenate che è un’entità spirituale, Amaliel. Ogni tela è carica di simboli: i colori rappresentano nel giallo il maschile e nel blu il femminile, la lettera u simboleggia lo spirito e la w il materiale; ogni dipinto è collegato all’altro da una rete di rimandi che ne fanno un’unica grande opera.

Dalla mostra Hilma af Klint. A pioneer of Abstraction. Kumu Art Museum, Tallinn (13.03-07.06.2015) | exhibition view (photo: Alessia Scuderi)

Convinta che la sua arte non verrà capita per i vent’anni successivi alla sua morte, lascia la sua intera produzione (di 1200 dipinti e 125 taccuini) al nipote, con la raccomandazione di non aprire le scatole che la contengono. Quando alla fine degli anni Sessanta l’eredità rivela il suo contenuto, le opere di Hilma vengono donate al Moderna Museet di Stoccolma che però le rifiuta. Solo nel 1986 si comincia a comprendere il valore della sua arte che viene finalmente esposta a una mostra tenutasi a Los Angeles. Ancora oggi persiste per Hilma af Klint un amore e odio: è stata esposta nel padiglione centrale della Biennale di Venezia del 2013 ma rifiutata dal catalogo del MoMa di New York. Recentemente, però, la regista Halina Dyrschka ha realizzato un docu-film sulla figura dell’artista svedese intitolato Beyond the Visible. Speriamo sia la volta buona che tutti vengano a conoscenza della sua arte e che la comprendano.

Nell’immagine d’intestazione: Dalla mostra Hilma af Klint. A pioneer of Abstraction. Kumu Art Museum, Tallinn (13.03-07.06.2015) | 1915, The Swan (No.17) (photo: Alessia Scuderi)

Poesia

Poesie per combattere il razzismo

Silence is violence si grida nelle strade di tutto il mondo e io in silenzio non ci voglio stare. È morto un uomo, ne sono morti molti prima di lui. Ma il video dove George Floyd dice con la voce che gli rimane di non riuscire a respirare sotto gli occhi di tutti noi, chiusi in casa per la pandemia che ci ha colpito, soltanto con quello schermo come finestra per guardare fuori, ha spinto prima gli americani, poi persone di tutto il mondo ad abbandonare la comfort zone del proprio divano e a riversarsi in strada. La rabbia ha superato la paura per un virus sconosciuto e uomini con colori della pelle differenti si sono uniti per protestare contro un virus fin troppo conosciuto: il razzismo. “Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non ci riguarda” mi dicono alcuni. “Il problema del razzismo in America è molto diverso da quello italiano.” Vero e falso. Soprattutto negli ultimi anni in Italia la gente razzista, quella che prima si vergognava di esserlo e si nascondeva, si sente legittimata ad esserlo a causa di alcuni politici che inneggiano alla xenofobia. Oggi in molti mostrano orgogliosi la loro medaglietta di odio ingiustificato verso lo straniero. Il razzismo esiste anche qui ma per fortuna riguarda solo una parte della popolazione. Riconosco, invece, che negli Stati Uniti sia un problema grave e diverso. Perché lì il razzismo è la normalità. Due anni fa, proprio in questo periodo mi trovavo in vacanza in America. Ho trascorso lì un mese e mezzo e gli episodi di razzismo all’ordine del giorno mi hanno profondamente toccata.

A New York, nella grande mela, nella città del futuro, dentro la metropolitana, sotto i miei occhi e quelli di molti altri che sono rimasti in silenzio, un uomo bianco ha minacciato di uccidere un uomo nero. Perché? Il treno aveva frenato bruscamente e per questo motivo la spalla dell’uomo di colore aveva sfiorato quella dell’altro che schifato ha dichiarato che non doveva azzardarsi a toccarlo nuovamente perché lo avrebbe ucciso. A Baltimora, dove ho alloggiato, bianchi e neri vivono divisi. Un giorno, io e la mia compagna di viaggio siamo andate in un quartiere abitato esclusivamente da persone di colore perché volevamo visitare la casa di Edgar Allan Poe. Per pranzo ci siamo fermate in un McDonald’s che all’interno aveva personale e clientela di colore. Mentre mi apprestavo a fare il mio ordine, la cassiera della fila accanto alla mia è andata via momentaneamente e una signora appartenente a quella fila ha cominciato a urlare quanto fosse assurdo che io, con il culo bianco, venissi servita prima di lei. La cassiera che mi stava servendo ha messo in sospeso il mio ordine ed è passata alla fila accanto. In America, in alcune città, bianchi e neri si odiano solo perché hanno il colore della pelle differente ed è tutto normale. Proprio per questo motivo trovo corretto che tutto il mondo protesti per quello che sta succedendo negli Stati Uniti: perché io non posso accettare, nel 2020, di vivere in un pianeta dove il colore della pelle è sintomo di discriminazione. Non si può e non si deve rimanere impassibili e neutrali.

Silence is violence e io voglio rompere questo silenzio con la parola. La parola è un’arma vera e propria. Il razzismo è frutto di ignoranza e la letteratura, l’educazione estirpano ignoranza e razzismo. Con i ragazzi del master abbiamo scritto due articoli, uno sui grandi romanzi dell’identità nera e un altro dedicato ai più piccoli, per spiegare loro il razzismo con dei libri illustrati. A me resta la poesia, non ancora citata. La poesia che cura ogni male dell’anima e spero possa curare anche questo male del mondo.

Il tema del razzismo è trattato già dall’autore latino Seneca che si pone il problema della condizione degli schiavi e scrive in una delle Lettere a Lucilio:

Vuoi tu considerare che costui, che chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme e gode dello stesso cielo e del pari respira, vive e muore! Come tu puoi vedere lui libero, così lui può vedere te schiavo.

Fino al premio Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo che non è rimasto in silenzio e nel 1968, in riferimento all’assassinio di Martin Luther King, ha dichiarato:

Sappiamo che alla base del razzismo c’è un complesso di ragioni finanziarie, il timore di chi possiede qualcosa davanti alla minaccia di vedersi «derubato» da altri uomini, insomma il verghiano attaccamento alla roba. Nel caso del razzismo americano o sudafricano i negri sono stati considerati la roba, oggetti che non dovevano avanzare richieste, contenti di ottenere pane e giaciglio. Ma oggi, un secolo dopo la guerra di secessione, il razzismo non è più solo una difesa economica convalidata dalle ideologie arretrate o dall’analfabetismo, è una corrente di odio, di paura, il seme della viltà e dell’isterismo che sfuggono alla volontà e all’intelligenza.

La poesia dei neri americani

Frances Harper

Frances Hellen Watkins Harper (Baltimora 1825, Philadelphia 1911), è stata una poetessa e attivista statunitense. Pubblicò il suo primo libro in versi all’età di 20 anni e si batté per i diritti delle donne, fu la prima insegnante di sesso femminile dell’Union Seminary, il suo discorso contro la schiavitù intitolato Educazione ed Elevazione della Razza Nera fu tenuto 33 volte in 21 città del New England. Sostenitrice dell’abolizionismo e del suffragio femminile, nel 1858, cento anni prima del gesto di Rosa Parks, si rifiutò di cedere il suo posto nel reparto per neri del tram e dopo questo episodio scrisse la poesia che segue.

Non seppellitemi in una terra di schiavi

Fatemi una tomba dove volete,

in una bassa pianura o sopra un’alta collina;

fatemela fra le tombe più umili sulla terra,

ma non in una terra dove gli uomini sono schiavi.

Non potrei riposare se intorno alla mia tomba

udissi i passi di uno schiavo tremante;

la sua ombra sul mio silenzioso sepolcro

lo farebbe diventare un luogo di oscuro terrore.

Non potrei riposare se udissi i passi

strascicati di un gruppo di schiavi condotti alla carneficina

e il grido selvaggio e disperato di una madre

levarsi nell’aria vibrante come una maledizione.

Non potrei dormire se vedessi la frusta

bere il suo sangue ad ogni orrenda sferzata,

e i bimbi di lei strappati al suo petto

come colombe tremanti dal nido dei genitori.

Trasalirei e inorridirei se udissi i latrati

dei segugi che afferrano la preda umana

e il prigioniero invano implorare

mentre lo legano all’odiosa catena.

Se vedessi le fanciulle strappate alle braccia materne,

barattate e vendute per la loro giovane bellezza,

i miei occhi sfavillerebbero di dolorosa fiamma,

le mie guance pallide di morte avvamperebbero di vergogna.

Vorrei dormire, cari amici, dove nessun tronfio potere

possa derubare l’uomo del suo più sacro diritto;

il mio sonno sarà calmo in una tomba

dove nessuno chiamerà schiavo il suo fratello.

Non chiedo un monumento grande e maestoso,

che arresti lo sguardo dei passanti;

tutto quello che il mio spirito ardentemente implora

è: “non seppellitemi in una terra di schiavi”.

Langston Hughes

Langston Hughes (Joplin 1901, New York 1967) è stato un poeta statunitense che il padre, preoccupato che la scrittura non gli avrebbe permesso di vivere in maniera agiata, iscrisse alla facoltà di ingegneria. Nonostante i voti eccellenti Langston fu costretto a lasciare gli studi a causa di ripetuti episodi razziali da parte di studenti e professori.

La libertà

La libertà non verrà

oggi, quest’anno 

o mai

tramite il compromesso e la paura.

Io ho gli stessi diritti

di chiunque altro

di camminare 

con le mie gambe

e possedere la terra.

Sono stufo di sentirmi ripetere

Lascia correre

Domani è un altro giorno 

Non mi serve la libertà da morto.

Non posso vivere del pane di domani.

La libertà

è un seme robusto

seminato nella grande necessità.

Io pure vivo qui.

E voglio la libertà

esattamente come te.

.

Jim Crow

Dov’è il posto per Jim Crow
Su questa giostra?
Signore, perché io voglio salire.
Giù nel Sud, da dove provengo,
Bianchi e negri
Non possono sedersi uno accanto all’altro.
Giù nel Sud, nel treno
C’è una carrozza apposta per Jim Crow
Sulle corriere ci mettono dietro,
Ma qui non v’è un retro
Per una giostra!
Dov’è il cavallo
Per un bambino negro?

.

Anch’io canto l’America

Anch’io canto l’America.
Io sono il fratello più scuro.
Mi mandano a mangiare in cucina
Quando vengono ospiti,
ma io rido
e mangio bene
e divento forte.
Domani,
siederò a tavola
quando vengono gli ospiti.
Allora
Nessuno oserà
Dire di me
E poi,
vedranno come sono bello
e si vergogneranno:
anch’io sono l’America.

Wanda Coleman

Wanda Coleman (Los Angeles 1946, 2013) è stata una poetessa molto conosciuta in California, definita the L.A. Blueswoman, che per tutta la vita si è battuta per la dignità e i diritti della sua gente. Cresciuta nel quartiere di Watts, noto per la rivolta afroamericana del 1965, Wanda fu una delle principali attiviste nella lotta contro il razzismo e i metodi repressivi della polizia, principali temi trattati all’interno dei suoi versi.

Non saranno poeti

arriveranno con l’elicottero prima di mezzogiorno
le autorità li invieranno fra di noi
assalteranno i nostri quartieri e isoleranno
le strade vicine
arriveranno con caschi e con tute mimetiche
la loro tenerezza protetta da giacche anti-proiettili
le mani in alto per fermare i sospetti e gli innocenti

meglio che arrivi disarmato. meglio che cammini
con le tue mani
dove loro possono vederle

non sono permesse parole aggressive
niente è permesso al di là della loro esperienza
nessun accesso senza permesso

questo eterno nemico non sta scherzando
lo scopo di questa azione è il silenzio
rimozione e trasferimento seguiranno dopo
attualizzati da burocrati con culi alti

dopo che i fuochi superficiali della polemica si sono spenti
e tutti i media hanno riattivato la loro indifferenza questa esistenza è cancellata
scappa se devi. però attento al cerchio

Scrittori

Come le scrittrici dell’Ottocento hanno falsato il nostro concetto di amore

C’è una premessa doverosa da fare a questo post: è ironico. Chi mi conosce sa bene quanto io mi senta a mio agio (quasi esclusivamente) tra le pagine ingiallite dei classici. Se non fosse per quel mio piccolo sogno di lavorare in una casa editrice nell’anno corrente prenderei in mano quasi sempre libri scritti nell’Ottocento (che sono, senza ombra di dubbio, i miei preferiti); attiverei la mia macchina del tempo in formato 15×23 e mi farei trasportare in una casa di campagna dove sarei, finalmente, legittimata a fare le cose che più mi piacciono senza apparire matta: leggere, scrivere, dipingere, cantare e fare lunghe passeggiate nella natura. E dove, una volta per tutte, mi divertirei anche io ad andare a ballare! Perché dai, i balli di quell’epoca non hanno niente a che vedere con la discoteca di oggi.

Altra premessa, forse ancora più importante della precedente: questo post pullula di spoiler (ufficialmente nuovo scioglilingua). Se non avete letto neanche un libro di Jane Austen e i romanzi delle sorelle Brontë vi consiglio di cliccare sulla crocetta rossa in alto e chiudere tutto, visto che vi svelerò tutti i finali senza pietà. Detto ciò, possiamo cominciare!

Voglio iniziare subito discolpando il signor Disney. Tutte danno la responsabilità a lui per le nostre aspettative alte sull’amore. MA PERCHÉ? Analizziamo una volta per tutte la situazione. I principi Disney (al contrario delle principesse) non hanno affatto una personalità sfaccettata e quando ce l’hanno non sempre è questa grande meraviglia! Togliamo Adam che regala a Belle la libreria più grande del mondo e si merita solo amore. Togliamo Aladdin che, pur essendo un grandissimo bugiardo, fa veramente di tutto per conquistare Jasmine e lo perdoniamo. Chi rimane? Il principe Filippo, un gran cantante, nulla di più. Il principe senza nome di Biancaneve. Un bacio, mentre lei era totalmente in coma (e quindi neanche capace di giudicare la prestazione) e puff, subito sposi. Il principe di Cenerentola. Un grande genio. La ama così tanto (dopo un ballo) che non se la ricorda neanche in faccia, deve far provare a tutto il regno la scarpina perduta per ritrovarla. Infine, ma non meno importante, quel gran figo di Eric. Bello è bello ma rammentiamo tutte che di Ariel ricordava solo la voce e che stava per sposare quella stronza della strega del mare, vero? Ma i classici Disney sono bellissimi proprio perché surreali e nessuna di noi (mi auguro) ha plasmato le sue aspettative sugli uomini sul modello del principe azzurro.

Veniamo quindi a chi sono le vere colpevoli delle nostre sfortunate scelte in amore. Ebbene sì, le nostre amiche Jane, Emily e Charlotte. Mettiamoci comode e scopriamo perché.

Cime Tempestose

In Cime tempestose Emily Brontë ci racconta un amore che definirlo tormentato è dire poco. L’amore tra Catherine e Heatchliff non è tormentato, è malsano. Heatchliff è una persona tossica, una relazione con lui non l’augurerei neanche a quella stronza che al buffet dell’aperitivo prende l’ultima porzione di patatine fritte. Lui dice di amare Catherine ma, in verità, fa di tutto per farle del male. Anche quando lei fa l’unica scelta corretta della sua amara vita, sposando qualcuno che la ama veramente e si prenderà cura di lei, l’ombra di Heatchliff è sempre lì presente a rovinarle i giorni e le notti (e pure i pomeriggi) fino a farla ammalare e morire. Diremmo: almeno da morta ha finalmente trovato la pace. NO. Pure dopo la morte la sua anima vaga inquieta e subisce. Lui continua nella sua opera di non-amore cercando di rovinare in ogni modo la vita di sua figlia, nella quale vede lei. Praticamente uno stalker psicopatico. Qui, ancora, qualcuna con un minimo di criterio potrebbe capire che avere una storia d’amore del genere non è il massimo. Ma andiamo avanti, dove la situazione appare più torbida.

Jane Eyre

Charlotte Brontë ci racconta la storia di Jane Eyre che viene assunta come governante presso la dimora di Thornfield Hall, della quale conosce, dopo un po’ di tempo, il padrone di casa, Mr. Rochester. Il primo approccio con lui non è dei migliori: è scontroso, presuntuoso, poco gentile e, visto che le disgrazie vengono tutte insieme, anche brutto. Ehi, dobbiamo assolutamente innamoraci di lui! E infatti Jane diventa sua. Se vogliamo trovare una spiegazione più plausibile al suo innamoramento diciamo che Rochester si ammorbidisce molto con Jane, nel corso della storia, e tra i due si crea un rapporto speciale quando sono soli. Ma, allo stesso tempo, la ignora davanti a gente del suo stesso rango, facendo una corte spietata a un’altra donna, convincendo tutti di voler sposare quest’ultima. Scopriamo, qualche pagina più in là, quando la nostra povera Jane ha una crisi di nervi e decide di lasciare il suo lavoro prima di questo matrimonio, che Rochester non è affatto innamorato di questa fantomatica donna e non la sposerà, voleva solo che lei si ingelosisse e poi, dopo averla distrutta, convolare a nozze. Ma che bravo! Un uomo maturo e sensibile. Come se non bastasse si dimentica di menzionare una moglie già esistente (anche se pazza), di cui la protagonista viene a conoscenza (non da lui, certo) solo arrivata all’altare. Da lì Jane trova la forza di andare via, ma che ve lo dico a fare? Quando riesce a rifarsi una vita e a conoscere un altro uomo ritorna da Rochester. E vissero per sempre felici e contenti. Una bellissima storia tormentata da cui, però, cerchiamo di non prendere spunto.

Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento

Ma arriviamo alla reginetta del ballo: Jane Austen! Lei su questo meccanismo ti tratto una chiavica ma poi ti sposo ci ha scritto diversi libri. Ne prenderemo in esame due. In Orgoglio e Pregiudizio sappiamo tutte che quel gentiluomo di Mr. Darcy definisce Elizabeth «appena passabile» al loro primo incontro, senza preoccuparsi di abbassare la voce. La nostra protagonista ha delle orecchie funzionanti, lo sente e (stranamente) non se ne innamora. Ovviamente, però, la vita è difficile in questo mondo romantico e Darcy, dopo aver detto questa cattiveria immotivata se ne innamora perdutamente. Ma, attenzione, non fa mai niente per farglielo capire; poi, di punto in bianco, le chiede di sposarlo. Giustamente Elizabeth non ha neanche un motivo per dire di sì e (non ci siamo addentrati nella trama ma la conoscono i più) molti per dire di no e quindi rifiuta. Dopo questo spiacevole episodio arriva una lettera di ben due fogli «scritti assai fitti e con una minutissima calligrafia» (quindi un papiro) che ci fa scoprire che Darcy non è uno stronzo come sembra ma un uomo meraviglioso, il Piton della situazione, per capirci. In Ragione e Sentimento, la più grande delle sorelle Dashwood, Elinor, si innamora di Edward Ferrars, un uomo abbastanza anonimo ma buono e gentile (oh, ognuna ha i suoi gusti) e lui sembra ricambiarla, nonostante la sorella di lui non approvi questo rapporto perché Elinor è, ovviamente, di rango inferiore. I due si separano e il libro va avanti nella sua storia, che non è solo quella di Elinor. Quando si rivedono, l’atteggiamento di Edward nei confronti di Elinor è cambiato: egli è, infatti, visibilmente distaccato e ambiguo. Come mai? Si scopre più avanti che il nostro uomo è segretamente fidanzato da quattro anni con un’altra donna. E, nonostante sia evidente a tutti che questa storia sia bella che finita e lui è adesso innamorato della nostra protagonista, decide di non rompere il patto fatto anni prima perché nella vita ci vuole coerenza, no? Alla fine pure la fidanzata storica di Edward si rompe le palle di tanto anonimato e sposa il fratello, l’altro Ferrars. Finalmente Edward prende la sua vita in mano e si dichiara a Elinor con la quale, infine, si sposerà.

Quindi, ricapitolando: se un uomo ti tratta male, dice che sei appena passabile, è fidanzato o dà attenzioni a un’altra, non fa nulla di carino nei tuoi confronti, sparisce nel nulla senza alcun motivo, noi sciocche, cresciute a pane e romanzi dell’Ottocento, potremmo avere la Sindrome Austen (sì, l’ho coniata io) e credere che tornerà sui suoi passi o che stia covando un segretissimo amore per noi e domani busserà alla nostra porta dichiarandoci i suoi sentimenti. E invece no, mie care. Queste cose accadono solo in questi splendidi romanzi perché, diciamoci la verità, non nascerebbe alcun libro memorabile da una storia del tipo: «Elizabeth conobbe Mr. Darcy, il quale si innamorò immediatamente di lei e che, sicuro di essere ricambiato, chiese la sua mano. Il giorno dopo si sposarono». La nostra vita non è un romanzo ed è improbabile che riceveremo una lettera di due pagine e una dichiarazione d’amore domani se lui, fino a oggi, non ci ha degnate neanche di un messaggio. Se un uomo si comporta in maniera indifferente con noi vuol dire che per noi non prova assolutamente nulla. Questi libri non sono nati dall’immaginazione di uomini, sono stati scritti da donne che, esattamente come noi, hanno costruito dei castelli in aria (riportandoli poi su carta). Nessun uomo reale si comporterebbe davvero in questo modo. E, se non vi ho ancora convinte, vi ricordo che Jane Austen è morta single.

Scrittori

Lettera a Diane Nguyen

Cara Diane, questo è un blog che tratta di scrittura, di libri, di editoria, di arte al massimo e così ti chiederai perché una lettera a te, personaggio di una serie tv. Ti scrivo questa lettera anche se non sei reale perché durante la mia quarantena la tua storia è stata tra le cose più reali con cui ho avuto a che fare. Ti scrivo questa lettera anche se sei un personaggio di una (la) serie tv perché abbiamo delle cose in comune e in fin dei conti sei una scrittrice, non andiamo troppo off topic, no? Ti scrivo questa lettera perché penso, sinceramente, di averne bisogno.

Ho seguito la tua storia dall’inizio: un’affascinante ghostwriter, intelligente, acculturata, femminista che deve scrivere le memorie di una star ormai in declino; come poteva BoJack non innamorarsi di te? Diciamocelo, ho tifato per voi da subito. Il perché non lo so, non conoscevo ancora bene BoJack, non mi aveva ancora ferita, cosa che poi ha fatto innumerevoli volte. Credevo che tu avresti potuto non cambiarlo, perché non bisogna cambiare qualcuno, ma portare alla luce la sua parte migliore. Purtroppo, non so perché, abbiamo quest’eterna idea sbagliata di dover aiutare le persone che amiamo a eliminare i mostri che abitano la loro mente e che solo loro possono sconfiggere. Ma tu avevi una persona più importante da salvare: te stessa. Oggi posso dire che non cambierei una virgola della serie.

Odiavo Mr. Peanutbutter, non capivo come un personaggio dall’indole così superficiale potesse stare con te ma ho compreso anche quello: per persone come noi, che sono pesanti come macigni per i numerosi fardelli che si portano dentro, la leggerezza è attraente come lo è la luce per le falene. C’è una scena della fine della vostra relazione che apre la tua nuova fase coi capelli corti (che figa) che mi fa scendere una lacrima ogni volta che ci inciampo:

La vera ragione per andare in Vietnam è perché vedi per caso il tuo futuro ex-marito che bacia un’altra. All’inizio pensi: oh, è una qualsiasi. Sono ubriachi, è una festa. Ma poi lui la stringe con la mano esattamente come faceva con te. Vuol dire: ti proteggo e quando lui lo faceva con te ti faceva sentire sicura. E ti rendi conto che lui non lo farà mai più. E questo ti spezza il cuore, dopo che il cuore ti era stato spezzato tante volte e credevi non potesse mai più spezzarsi. Pensavi fosse al sicuro, invece trova ancora un nuovo modo per spezzarsi.

La vera ragione di un cambiamento radicale nella vita di una donna è quasi sempre una delusione sentimentale. Magari non lo ammetteremo mai ma è così. Chissà quante altre donne devono essersi immedesimate in questa scena, quante di noi si sono riviste in quel mascara che cola in amarissime lacrime nere. Quante di noi si sono viste sostituite all’improvviso da un’altra donna. Quante di noi erano sicure di aver imparato la lezione, di essere diventate più forti e invece erano ancora e saranno sempre vulnerabili alle emozioni. Perché, diciamocelo chiaramente, la gente che dice che è la vita ad averla resa stronza mente: è sempre stata stronza. E non c’è niente da fare, se l’empatia è un ingrediente del tuo DNA non lo diventerai mai stronza, collezionerai solo una quantità infinita di cicatrici invisibili.

La tua prima fase di depressione, quando ti vergogni di tornare da Mr. Peanutbtutter, dopo l’esperienza di reporter in una realtà straniante come quella della guerra, mi ha fatto ripensare alla me di qualche anno fa. Le schifezze restano ancora oggi le mie più grandi amiche quando sono triste. Patatine e cioccolato sono importanti quanto le amicizie in carne ed ossa nei momenti di crisi, ma credo che questo sia un punto comune di tutta l’umanità. Però il disordine che riesci a creare a casa di BoJack, quando ti trasferisci da lui, mi ha ricordato che anche io faccio così. Diciamo che gli anni di convivenza con altre persone mi hanno migliorata, adesso non semino al mio passaggio abiti e libri in perfetto stile Hansel e Gretel per ritrovare me stessa; di base, anzi, sono piuttosto ordinata. Ma quando ancora vivevo a casa con i miei, ogni volta che qualcosa mi scuoteva a livello psicologico, scaricavo intorno a me tutto il caos che avevo dentro. Era più forte di me, tutto quell’ordine all’esterno quando io mi sentivo completamente in disordine all’interno, mi infastidiva da matti! Così in casa c’erano scenette di questo tipo: mio fratello bussava alla porta di camera mia e quando questa, cigolando, si apriva con difficoltà esordiva sempre con un “Ne vuoi parlare?”

Sei stata chiusa in quella bolla di oggetti alla rinfusa e cibo spazzatura per tutta la seconda stagione. Costantemente spettinata, con un unico outfit (il pigiama), un fusorario del sonno completamente sballato e senza un filo di trucco. Dillo che avevi pure tu la sindrome della capanna. Per quanto quelle quattro mura che ti eri costruita con pile di abiti sporchi e lattine non fossero il massimo, affrontare il mondo esterno, quello che avevi dovuto vedere nella sua veste peggiore, la cruda realtà era molto peggio. Non sai quanto possa capirti adesso, non sai in quanti possano comprenderti in questo momento.

Ma è la tua ultima fase, quella in cui provi a scrivere la tua autobiografia che mi ha fatto capire quanto io e te ci somigliamo. A un certo punto di questa quarantena mi sono sentita rotta. Non riesco a trovare un termine migliore di questo. Non è bello, lo so. Ma è così che mi sono sentita. A un certo punto avverti che ti si rompe qualcosa dentro, un guasto idraulico probabilmente perché cominci a piangere per ogni singola cosa; ma non solo, compiere le azioni più semplici diventa improvvisamente difficile. Nella puntata 06×10 ti rompi anche tu. Hai un blocco e non riesci più a fare la cosa che ti viene più naturale al mondo: scrivere. Un piccolo blocco dello scrittore l’ho avuto anche io. Non sono una scrittrice, ma scrivere è una cosa che mi riesce abbastanza bene, mi piace da quando ho imparato a farlo e sa essere per me uno sfogo come poche attività riescono ad esserlo. Ho dovuto, in questa stranissima fase, scrivere un saggio per un libro che dobbiamo pubblicare alla fine del master che sto seguendo e mai nulla è stato più difficile. Ancora oggi che è bello che finito non sono per nulla soddisfatta. Il fatto che parlasse di Sepulveda (che è morto mentre ne stavo scrivendo) mi ha fatta sentire ingiustamente in colpa. Se avessi potuto consegnare al mio professore 4 paginette di “I am terrible” lo avrei fatto. Ho quattro articoli, qui sul blog, scritti a metà nel mese di Aprile, che probabilmente non completerò mai e non sono neanche totalmente certa del fatto che pubblicherò questo post.

Questo guasto all’interno della serie tv è spiegato con la metafora di un’insalatiera che finisce in cocci. C’è un modo per assemblare i pezzi, la tecnica giapponese del Kintsugi ripara gli oggetti con una colata d’oro nelle crepe e questi diventano più preziosi e belli di prima. Così anche le nostre ferite emotive, i nostri traumi possono guarire, diventando motivo di crescita e non necessariamente qualcosa di eternamente negativo. Da quando ti rompi essere una bella insalatiera diventa la tua ossessione. Cerchi un colpevole per tutti quei graffi al cuore, per quella tristezza che ti fagocita: incolpi la tua famiglia, i tuoi amici, gli amori passati. In alcune frasi che continuano a urlarti i personaggi che si avvicendano nei tuoi pensieri mi sono ritrovata perfettamente.

Il tuo trauma non è interessante, non meriti amore.

Perché all’inizio sei affascinante ma alla fine mica tanto.

Sono parole che mi hanno colpita come uno schiaffo in faccia. E sai perché? Perché ho creduto che la gente pensasse questo di me più di una volta. Ma è molto più probabile che siamo noi stesse a pensarlo. Noi persone sensibili possiamo diventare malinconiche per una parola sbagliata di qualcuno a cui teniamo, per una giornata di pioggia, per un’immagine che non volevamo vedere, per una frase che non dovevamo leggere. La malinconia è una nostra caratteristica, fa parte di noi e non possiamo scacciarla del tutto, dobbiamo però evitare assolutamente che questa prenda il sopravvento e diventi una tristezza insostenibile. Ha ragione Princess Carolyn quando dice che sei tu a voler essere triste, che sei tu stessa il tuo male e io so che posso essere il mio. Quindi, che ne dici se invece di cercare nel comportamento sbagliato degli altri i motivi della nostra sofferenza non accettiamo che è soprattutto un nostro modo di essere e ammettiamo che siamo delle belle insalatiere, anche se scomposte?

Arte

Quattro artisti che hanno illustrato libri per bambini

Ultimamente abbiamo bisogno, più del solito, di bellezza. Un po’ per le lezioni che sto seguendo, che si stanno concentrando sull’editoria per ragazzi, un po’ per i miei studi artistici alla base, oggi voglio scrivere di illustrazione. Ma non di illustrazione contemporanea, pur essendo assolutamente degna di nota, di un’illustrazione particolare firmata da grandi nomi, non subito collegati dal nostro cervello all’illustrazione.

Marc Chagall e le favole di La Fontaine

Era il 1926 e l’editore Ambroise Vollard, nonché mercante d’arte di autori del calibro di Van Gogh, Picasso e Cézanne, chiese a Marc Chagall di illustrare le favole di La Fontaine. In verità, Marc aveva già illustrato Le anime morte di Gogol, tre anni prima, sempre su commissione di Ambroise, ma questo lavoro era particolarmente incline alle sue corde e (per nostra fortuna) accettò! La Fontaine, con le sue favole, può essere considerato l’erede di Esopo e Fedro: gli animali, protagonisti delle storie, hanno atteggiamenti umani e nascondono sempre, dietro le loro azioni, una lezione per noi. Si può dire che all’interno dei temi trattati nelle favole: amore, morte, amicizia, si celi, in realtà, qualcosa di poco animale e molto umano, l’accettazione della nostra natura con tutti i suoi contrasti e limiti. Gli animali di Chagall sono anch’essi degli uomini in pelliccia, piume, squame. Le espressioni hanno molto dell’uomo, i colori invece sono quelli accesi e brillanti della sua arte: conigli viola, asini blu, lupi gialli. Animali che allora non hanno incontrato il favore della critica perché non convenzionali e che, oggi, non possono che apparirci azzeccatissimi, considerato che ogni tela di Chagall sembra essere stata dipinta proprio per illustrare una fiaba.

Salvador Dalì e Alice nel Paese delle Meraviglie

Nel 1969, una casa editrice un po’ particolare, la Random House, che si occupava di ristampe di classici e della pubblicazione di libri a caso (random, appunto) chiese a Salvador Dalì di illustrare un classico. E quale se non il più assurdo e surreale di tutti? Ma certo, Alice nel Paese delle Meraviglie! Un racconto che sembrerebbe uscito dal pennello del pittore spagnolo, se non sapessimo che è stato scritto da Lewis Carroll nel 1865. La peculiarità del romanzo di genere nonsenso è che, essendo ricco di giochi di parole, ogni traduzione è una versione a sé perché contiene il personale apporto del traduttore. Eppure, per quanto particolare, chi lo avrebbe detto che Alice sarebbe entrata nella tana del coniglio bianco e nella storia dell’arte, con una sola caduta! Dalì realizzò 12 illustrazioni a guazzo, una per ogni capitolo, più frontespizio e copertina del libro. La tiratura fu di 2.500 copie, numerate e firmate dall’artista, ognuna di esse venduta al prezzo di 375 dollari.

Bruno Munari e Capuccetto Verde, Giallo e Bianco

Tutti quanti conosciamo la favola di Cappuccetto Rosso che ci hanno raccontato più e più volte da bambini. Ebbene, a Bruno Munari il colore rosso aveva stancato, così nel 1972 decise di rifare il guardaroba alla nostra Cappuccetto! La vestì di verde prato, giallo (non limone, né zucca, un giallo con riflessi di un altro giallo) e bianco. Non era solo una questione di pantone a infastidire il nostro artista, c’era qualcosa della trama che non lo convinceva proprio, così decise di riscriverla: immaginò tre storie semi-nuove con tre Cappuccetto vestite di tre colori diversi. Le basi della storia c’erano ancora: lei, la nonna, il lupo, ma Bruno decise di inserire all’interno della storia un aiutante diverso dal cacciatore per la bambina, un animaletto che si abbinasse meglio al copricapo. Cappuccetto Verde ha un berrettino di foglie e, attraversa il bosco con il suo cestino (intrecciato con rami verdi) che contiene solo cose che fanno pendant: una bottiglia di menta, del prezzemolo, dell’insalata, un pacchettino di carta verde a disegni verdi, con dentro del tè alla menta. Cappuccetto Giallo vive in città, deve attraversare il traffico per arrivare dalla nonna e portarle un panierino di plastica gialla con dei limoni, dei pompelmi e una bottiglia di olio del Garda, evitando il lupo in agguato che è un automobilista. Infine, l’ultima versione della favola ci regala il Munari più amato (forse da noi adulti, più che dai bambini), minimal, essenziale. Cappuccetto Bianco cammina in mezzo alla neve e non si vede nulla, neanche il lupo (bianco) che ulula perché ha fatto indigestione di nonne e, adesso, può mangiare solo riso in bianco. Al lettore sono visibili solo i testi (perché non si vede niente), il libro è tutto bianco. Ad eccezione di una pagina dove si intravedono gli occhietti di Cappuccetto che scruta in mezzo a tanto candore.

Andy Warhol e 25 Cats Name Sam and One Blue Pussy

Negli anni Cinquanta, quando ancora Andy Warhol non era famoso, lavorava come illustratore freelance di libri per bambini per la casa editrice Doubleday. Non se la passava molto bene a livello economico. E così la sua mamma, Julia, preoccupata per lui, prese un bus e si trasferì nel suo appartamento di New York, che, si vocifera, fosse nella East 75th Street. I due inquilini convivevano in quella piccola casa con ben 25 gatti, e, cosa completamente folle di questa storia, tutti quanti li avevano chiamati Sam! Solo il ventiseiesimo aveva un nome diverso, Hester, il preferito di Julia. Siccome in questa storia non c’è niente di ordinario, a un certo punto Andy e sua madre decisero, ovviamente, di realizzare un libro illustrato che rappresentasse tutti questi 25 gatti di nome Sam e, il caso isolato, Hester. Ho già detto che la storia è parecchio strana, vero? Nel libro, contrariamente al titolo 25 Cats Name Sam and One Blue Pussy, appaiono solo 16 gatti. I disegni dei felini furono realizzati con gli acquarelli da Warhol, in colori molto vivaci, anticipatori della sua Pop Art e i testi furono scritti a mano da Julia, che, dimenticò la d di named nel titolo, ma, che ve lo dico a fare, Andy decise di mantenerlo esattamente così.

Libri

Letture virali (vietate agli ipocondriaci)

All’inizio di questa quarantena ho riletto il capitolo XXXI de I Promessi Sposi, per capirci, quando la peste arriva a Milano. Dato che vivo ormai da quattro anni nel capoluogo lombardo, non ho potuto non notare moltissime somiglianze con l’arrivo del Covid-19 in Lombardia. Siccome sono una di quelle lettrici che deve ritrovare sé stessa, le proprie sensazioni ed emozioni nei libri, ho deciso di stilare una lista di romanzi che possano farci sottolineare a matita i passaggi che sembrano, profeticamente, scritti in questo drammatico momento storico. Visto che dobbiamo rimanere tutti a casa perché non trascorrere il tempo a disposizione leggendoli? Ovviamente questo discorso vale solo se siete masochisti come me. Se non lo siete potete anche smettere di leggere ora, non vi biasimerò. Ma se lo siete anche voi, rimaniamo tutti insieme (ad almeno un metro di distanza) in attesa di una visita da uno specialista e, nel frattempo, ecco i libri che sono riuscita a raccogliere:

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Of course. Una storia d’amore travagliata che forse in molti hanno odiato perché imposta a scuola, può oggi diventare super attuale! Leggere per credere. La trama la conosciamo tutti ma l’arrivo della peste a Milano è incredibilmente profetico: inizialmente da parte di alcuni viene chiamata “febbre”, è sottovalutata dalle autorità, è rifiutata dalla gente come cosa veramente esistente e, di conseguenza, vi è anche il rifiuto di limitare i contatti fisici, viene cercato spasmodicamente l’untore (oggi paziente zero), vengono additati come colpevoli gli stranieri, vengono presi d’assalto i forni. Sono tutte cose negative, sì, ma forse può servire rileggerle per ricordarci di non ripeterle più. E poi siamo tutti Renzo e Lucia con questa quarantena, abbiamo un amore tormentato (per fortuna solo da una temporanea distanza e non da un signorotto psicopatico). Dategli un’altra possibilità!

Decameron di Giovanni Boccaccio

Un altro classicone della scuola che merita attenzione. Una quarantena senza Netflix come può essere affrontata? Film e serie tv si inventano, si immaginano. Sette donne e tre uomini fuggono da Firenze e si rifugiano in una casa in campagna per sfuggire alla peste nera; qui si raccontano delle storie per far passare il tempo più in fretta. Sono ben cento novelle che i ragazzi inventano secondo delle regole precise, decidendo un tema. I personaggi trascorrono dieci giorni chiusi in casa a pregare e raccontarsi storie. No, non mi riferisco alle storie su Instagram con la pizza il sabato sera. Non c’erano balletti sui balconi, niente meme sulla Pimpa, niente sospiri delle bimbe davanti alle dirette di Conte! Ce l’hanno fatta nel 1348 con molta meno ironia, ce la faremo anche noi! Consigliato!

Fiaba di Johann Wolfgang von Goethe

Questo non lo avete studiato a scuola e, forse, non è facilissimo da trovare, in questo momento in cui hanno precedenza gli acquisti di prima necessità. Inoltre, non racconta di una malattia ma è in tema con l’hastag più utilizzato negli ultimi giorni: #iorestoacasa. È stato accostato al Decameron perché le dinamiche sono simili: una famiglia di profughi tedeschi, in fuga dall’esercito napoleonico, inganna il tempo raccontandosi delle storie. La più famosa, spesso estrapolata dalla raccolta e pubblicata singolarmente per distinzione di stile, dà il nome al volume in Italia e rappresenta un unicum nella produzione di Goethe perché è un racconto completamente fantasy. Vi immaginate il papà di Werther e di Ottilia che narra una storia con giganti e fuochi fatui? No? E allora che aspettate a ricredervi leggendolo?

Cecità di Josè Saramago

Le ho viste le classifiche dei libri più venduti su Amazon, Cecità è sempre al primo posto in questo periodo. Molto bene, sono contenta che in quarantena vi faccia compagnia uno dei miei scrittori preferiti! Un po’ meno contenta delle sue doti spaventose di veggente. Il romanzo ha inizio con un automobilista fermo al semaforo che diventa improvvisamente cieco, di una cecità che gli fa apparire tutto bianco. Di lì a poco la malattia si espande (scusate se sono pessima) a vista d’occhio, in questa città mai nominata dall’autore, diventando epidemia. La cura non si trova e i malati, che aumentano sempre più, vengono messi in isolamento all’interno di un manicomio. Da quel momento è il caos. Consigliato, per le citazioni profondissime che fanno buchi all’anima, e per prendere consapevolezza del fatto che i numeri che stiamo vedendo in questi giorni non devono apparirci solo come numeri, ma come persone.

è una vecchia abitudine degli uomini passare accanto ai morti e non vederli.

La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe

Un altro mio amore adolescenziale che dovete assolutamente riprendere in mano! A una delle ultime lezioni frontali di revisione della traduzione, abbiamo analizzato La maschera della morte rossa. Il racconto è ambientato durante una terribile pestilenza, all’interno di un lembo di terra che in breve tempo si spopola a causa delle continue morti. In questo paese regna il principe Prospero, un giovane che non sembra comprendere pienamente l’emergenza e che decide di chiudersi in isolamento nel suo palazzo, in compagnia dei suoi amici. Mentre l’epidemia dilaga fuori dal castello lui continua a dare cene, ma, una sera, a un ballo da lui indetto, tra gli invitati c’è un ospite misterioso che indossa una maschera che rappresenta il volto di un cadavere insanguinato. Di chi si tratta? Vi dico sinceramente che, mentre lo rileggevo, a distanza di molti anni, non sono riuscita a non pensare a tutti quei giovani che, avvalendosi della loro età, credendosi invincibili e immuni a ogni malattia, hanno continuato ad andare a ballare, non curandosi minimamente dei più deboli. Da leggere, per capire che abbiamo una responsabilità nei confronti degli altri e che non siamo immortali.

L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez

Un altro dei miei scrittori preferiti! Altra malattia, altro amore tormentato. Vi auguro, sinceramente, di trovare qualcuno che vi ami come Florentino Ariza ha amato Fermina Daza: in maniera costante e decisa per più di cinquant’anni. Facendo ogni cosa possibile per avvicinarsi a lei e conquistare la sua fiducia, senza arrendersi ai suoi titubanti rifiuti. Da leggere, per sentirci fortunati di essere lontani dalla nostra dolce metà solo per un mese o poco più e non per

cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese.

L’ultimo degli uomini di Margaret Atwood

Una lettura che i più complottisti di voi non dovranno perdersi in maniera assoluta! Jimmy, detto anche Uomo delle nevi, è l’unica persona rimasta in vita, in un mondo che ha subito gli effetti devastanti di una pandemia. Non è totalmente solo, una tribù di mutanti, esseri molto semplici e di indole pacifica, gli fa compagnia. Ma come si è ridotta la Terra così? Perché è l’ultimo degli uomini? Tutto ci verrà svelato attraverso i suoi flashback all’interno del racconto. Da leggere se siete affascinati dal mistero e dal genere apocalittico…o se avete condiviso il video di Tgr Leonardo, in cui nel 2015, in un laboratorio cinese, si filmava un documentario sulla segretissima creazione del coronavirus!

Nemesi di Philip Roth

Siamo nell’estate del 1944 e il ventitreenne Bucky Cantor è l’istruttore atletico dei bambini del quartiere ebraico di Newark. Ha scampato il fronte per un difetto di vista ma, a un certo punto, si ritrova comunque a combattere una delle guerre più ingiuste: un’epidemia di poliomielite. Ingiusta perché colpisce tutti, indistintamente, e sembra concentrarsi soprattutto sugli innocenti: i bambini che allena vengono infettati. Il protagonista ha una progressiva discesa nel baratro e comincia a dubitare di qualsiasi cosa: dall’esistenza di Dio, fino a domandarsi se sia lui, malato di polio a sua volta, il responsabile del contagio dei suoi ragazzi. Da leggere per mettersi nei panni dei pazienti zero, uno, numero X, inconsapevoli di essere tali, per capire quanto dolore possa esserci nei pensieri di qualcuno che viene additato (dagli altri o da sé stesso) come possibile responsabile di un’epidemia.

La peste di Albert Camus

Che siamo tutti un po’ masochisti e, oltre che spaventati da questo virus sconosciuto, un po’ (passatemi il termine) affascinati dalla strana, inquietante e inusuale pagina di storia che stiamo scrivendo rimanendo a casa, si evince anche dal fatto che La peste di Camus è uno dei libri più richiesti online. Nella biblioteca civica multimediale di Torino lo hanno ordinato ben cento lettori, dall’inizio della quarantena. In verità, qui, la malattia è utilizzata come metafora ma, di fatto, è il racconto di un’epidemia, se non si vanno a cercare altri significati. Il romanzo è ambientato nella città di Orano e comincia con il ritrovamento di un topo morto, poi due, poi tre, poi viene rinvenuto senza vita l’uomo che aveva fatto il ritrovamento del primo roditore, il portiere, e di lì a poco è epidemia. Da leggere perché, in questo momento, siamo tutti gli abitanti di Orano, costretti all’isolamento tra alti e bassi di rifiuto, noia, paura e speranza.

Edizioni degne di nota

La magia delle fiabe illustrate da MinaLima

A rapporto tutti i fan di libri illustrati e i feticisti di edizioni con copertine fantastiche, che sembrano uscite da un episodio crossover di Harry Potter e La bestia (o La bella e la pietra filosofale, fate un po’ voi). Ci siamo tutti? Perfetto. Cominciamo allora!

MinaLima è uno studio di design rappresentato dal duo Miraphora Mina e Eduardo Lima ma non è un marchio di design qualsiasi: è quello che ha plasmato l’identità di moltissimi oggetti dei film di Harry Potter che oggi sono entrati nel nostro immaginario (e posso dirlo nel nostro cuore? Dai, io lo dico: nel nostro cuore). La Gazzetta del profeta? Opera di MinaLima. La splendida bacchetta di sambuco e tutte le altre di ogni tipo di legno e forma? Creazione di MinaLima. La coppa Tremaghi? (C’è bisogno di ripeterlo?) Le strillettere? Le cioccorane? Le foto segnaletiche dei ricercati di Azkaban? Eh sì, tutto loro.

Bene, ma non sono qui oggi a parlarvi di quanto ami Harry Potter (molto) ma di un altro progetto di questo studio di design che interessa gli appassionati di libri. MinaLima, infatti, ha deciso da qualche tempo di illustrare anche classici della letteratura per ragazzi, con tutta la magia che contraddistingue il suo stile. I volumi sono riccamente illustrati e pieni di elementi interattivi sorprendenti, capaci di inghiottire all’interno della storia bambini e adulti! In Italia, questi piccoli gioielli, sono editi L’Ippocampo Edizioni e la collezione comprende: Il giardino segreto, Alice nel Paese delle Meraviglie e Il libro della giungla. Perché ne stiamo parlando oggi? Perché il 17 Aprile usciranno due nuovi splendidi volumi: Pinocchio e La bella e la bestia. Dei libri da collezionare assolutamente!

Non vi ho ancora convinti? Se non vedete non credete? Nell’attesa di poter avere la mia copia de La bella e la bestia, allora, vi mostro quella di Alice nel paese delle meraviglie.

La copertina, di un azzurro antico che fa subito Olivetti Lettera 22, è riccamente dettagliata. Al centro campeggia il titolo, in oro, incorniciato da un assaggio delle splendide illustrazioni che potremo gustare durante la lettura della storia. Anche il dorso è prezioso, con lo stregatto stilizzato in fondo e dei decori floreali in alto, si farà sicuramente notare nella vostra libreria. All’interno, i capilettera all’inizio di ogni capitolo e le bellissime illustrazioni hanno il sapore del classico, sulla scia luminosa di Edmund Dulac, ma la brillantezza e la nitidezza dei colori di chi vive al tempo dell’HD; e ci catapultano all’inizio di ogni classico Disney, quando la storia cominciava sempre con un narratore e un libro che veniva sfogliato davanti ai nostri occhi da bambini e che, non mentite, tutti avremmo voluto! I dettagli interattivi sono la chicca, la novità, lo zampino magico e la firma di MinaLima. Fanno, addirittura, uscire dal libro Alice quando mangia la torta che la fa crescere a dismisura! Una meraviglia in formato 15×23 da avere assolutamente.

Inoltre, gli acquisti sul sito di Ippocampo, per il 20% sono donati a Humanitas per la lotta contro il Covid-19. Facciamo due cose belle: regaliamoci un libro splendido, da sfogliare con calma, in questa pausa dalla vita frenetica di tutti i giorni che siamo stati costretti a prenderci, e aiutiamo gli ospedali!